ENTREVISTA A RAFFAELE PINTO

 

En sintonia amb el que venim fent a Els poetes diuen…  el Raffaele ens parla del sentit literari de la seva activitat de poeta al Facebook, on publica cada dia un sonet. Ja ha superat els 1000, tot un rècord. Ha trobat en el medi digital la via  per on fer circular els seus versos. Sobta que el seu tema sigui la dona i el desig en uns termes que no són els habituals. Però encara sobta més que la forma triada sigui el sonet clàssic. Tot plegat en ple segle XXI.

Per me fare poesia è una specie di deformazione professionale; non ho mai smesso di leggerla, studiarla e poi, da quando insegno,  anche illustrarla. Per cui potrei dire, parodiando Dante, che ad un certo momento “la mia lingua parlò quasi come per se stessa mossa”, cioè, nel mio caso, per abbondanza ed eccesso di memorizzazione. I versi mi venivano fuori in modo spontaneo e vi riconoscevo l’impronta di sintagmi e stilemi dei poeti che mi sono familiari. Volendo scavare un po’ più a fondo nelle motivazioni, potrei dire che la decisione di fare poesia coincise con un momento di delusione nei confronti della mia attività di critico e filologo. Durante molto tempo sono stato convinto che la critica letteraria avesse una funzione culturale importante, anzi decisiva, perché manteneva viva una attenzione “intelligente” nei confronti della letteratura, soprattutto quella del passato, che rischia di essere travolta, oggi, dal consumismo culturale, dalla superficialità delle mode e dei best sellers. Poi mi resi conto che si trattava di una battaglia persa in partenza, perché le istituzioni che avrebbero dovuto fomentare l’esercizio della critica erano troppo impegnate nella difesa di interessi corporativi (o direttamente economici) per riflettere seriamente sui loro metodi e le relative finalità. Credo, però,  che questa degradazione della critica accademica sia anche il riflesso di una effettiva marginalità, sociale e culturale degli studi letterari, spiazzati da altre forme di conoscenza e di esperienza estetica. È possibile quindi che le energie affettive ed intellettuali che dedico alla poesia “attiva” siano quelle che la mia professione di critico, che continuo ad esercitare ma alla quale non credo più con l’entusiasmo di una volta, non riesce più a canalizzare. Questo disagio nei confronti della mia professione ha ispirato diversi sonetti, nei quali in tono più o meno divertito sorrido delle pretese scientifiche della Accademia:

 

No sé si de la ciencia es seminario

ni si de algún saber es magisterio

de la Academia el triste putiferio

donde me gano a pulso mi salario.

 

Asoma algún fantasma doctrinario

de vez en cuando en ese cementerio,

pero de dónde venga es un misterio

y no suele pasar por el aulario.

 

En cambio por el campus se despacha

muy a gusto mi musa muy sesuda:

entre el cuerpo docente merodea,

 

buscando, por si hubiera, alguna idea;

decepcionada entonces se desnuda

y me dicta un poema, bien borracha.

 

 

La poesia che studio è fondamentalmente quella italiana del Medioevo, quindi Cavalcanti, Dante, Petrarca… Ciò spiega il fatto che per me la poesia si identifichi con strutture tradizionali come il sonetto, che sono quelle che ho interiorizzato e che hanno formato la mia sensibilità e il mio gusto. E infatti faccio fatica a riconoscere come ‘poetico’ un testo che non segua quegli schemi. L’endecasillabo, un ritmo riconoscibile ed ‘orecchiabile’, la rima, cioè una serie di restrizioni nella costruzione della frase che distinguono nitidamente il verso dalla prosa, per me sono intrinseci alla poesia.  E anzi, lo sforzo e il lavoro, l’artigianato della poesia, consistono proprio nel dissimulare l’artificialità di queste regole istituzionali, integrandole nel testo e trasformandole in naturale ritmo e melodia della espressione (il che, devo dire, non sempre mi riesce come vorrei). La tecnica, in  questo modo, diventa sfida nei confronti di me stesso, pretesto per mettermi alla prova, dando forma espressiva al concetto. Come spiego, più o meno, in questo sonetto:

 

Impegno con te stesso è poesia,

a dare la parola a ciò che senti

(senza compiacimenti, se no menti)

fedele come una fotografia.

 

Timore vinci allora e codardia

di verseggiare casi ed accidenti,

a costo di rimar con unghie e denti

ciò che ti detta dentro fantasia.

 

E vai significando all’aria e al vento,

senz’altro desiderio che di dire

quello che sei, quello che ti succede.

 

E se qualcuno nei tuoi versi vede

un poco di se stesso, e di sentire

gli pare la sua voce, sei contento!

 

 

Ovviamente conosco ed amo anche la poesia del verso libero, che è dominante nel 900. Credo però che l’abbandono delle forme istituzionali, che con le avanguardie diventa quasi obbligatorio, abbia generato un effetto contrario a quello che i suoi teorici si proponevano. Nato con il proposito di avvicinare la letteratura e la poesia al linguaggio e alla esperienza della gente (“Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro”, scriveva Marinetti nel Manifesto Futurista) il verso libero è diventato il rifugio solipsista in cui il soggetto dice il proprio disagio (comunicando col lettore su un piano prossimo alla prosa oppure non comunicando affatto). La frattura rispetto alla tradizione, che poteva sembrare garanzia di autenticità e modernità, ha trasformato la poesia in un idioletto per specialisti, più sfogo personale e rassegna di sintomi che mondo immaginario in cui dialogare e specchiarsi. I pochi esempi novecenteschi di poesia “popolare” sono collegati a movimenti politici ed ideologie nei quali il testo si fa eco di emozioni collettive già diffuse ed espresse attraverso altri canali. La cosiddetta poesia “civile” solo in apparenza restituisce alla poesia una dimensione ampiamente condivisa; in realtà la subordina a circostanze transitorie, emozioni storicamente passeggere. Esaurita l’energia ideale di cui il testo si fa veicolo, la poesia ritorna nel suo angoletto ‘maniacale’ dove ogni tanto gli specialisti la vanno a visitare.  Da questa percezione negativa del significato storico-culturale del verso libero sono stati ispirati sonetti che, scherzosamente, ne denunciano le “patologie”:

 

 

Sdegnato con docenti e manuali,

faccio a tutti i poeti la proposta

di prendere una strada ben opposta

e di volare in alto con le ali.

 

Se della mente e il cuore tutti i mali

vengono da una penna che è indisposta

della forma a scalare l’ardua costa,

brucino nella prosa gl’informali!

 

Li si condanni, in ogni antologia,

all’appendice delle pie intenzioni,

del soliloquio autista, la psicosi,

 

il lapsus, il delirio, la nevrosi

e si dichiari (con poche eccezioni)

che il Novecento non ha poesia!

 

 

Un esercizio che mi appassiona è la riduzione in forma di sonetto di liriche novecentesche scritte dagli autori in verso libero. Non considero questi esperimenti profanazioni (si tratta sempre di poesie di altissimo livello, che ammiro profondamente) e neppure parodie, ma piuttosto tentativi di adattare alla mia sensibilità arcaica testi di un’altra cultura letteraria,  quella contemporanea, che mi è diventata estranea per la deformazione professionale di cui sopra. Ne do due esempi, in cui traduco anche dall’italiano allo spagnolo e viceversa:

 

Da  La casa dei doganieri, di Eugenio Montale

 

¡No recuerdas la casa de aduaneros

que se asomaba a pique en la escollera!

Desde aquel día desconsolada espera,

cuando en enjambre entraron tus ligeros

 

pensamientos. La azotan aguaceros,

la brújula enloquece y tu manera

de sonreír ya no es la que fuera:

¡desvían tu memoria otros senderos!

 

En vano aguanto un cabo de aquel hilo,

nuestra casa se aleja y su veleta

gira humeando despiadadamente;

 

con ella tú te vas y solamente

de petroleros brilla una silueta

mientras el horizonte escruto en vilo.

 

 

Claude Monet, "La casa dels duaners" a Varengeville

 

 

Da  Razón de amor [3], di Pedro Salinas

 

Ma la salvezza, dove sta? Lo sai?

È fra le nubi, in alto, o è nel mare?

Si nasconde qui in casa o è sull’altare?

È nel bacio che rubi o in quel che dai?

 

S’aggira silenziosa mentre vai

frugando nella notte; poi ti pare

di vederla dal cielo rischiarare

l’angolo tenebroso in cui tu stai.

 

Di questo solo abbiamo la certezza,

che vola rasoterra attorno a noi

che siamo lì in agguato ad aspettarla,

 

cercando ansiosamente di afferrarla.

E la sorprenderemo, prima o poi,

perché cercarla è già per noi salvezza.

 

 

È ovvio, da ciò che precede, che la mia scrittura sia vocazionalmente arcaizzante (non dico classicheggiante). Non mi nascondo che il recupero, oggi, delle forme tradizionali abbia innanzitutto un valore parodico (indipendentemente dalle intenzioni più o meno serie con cui scrivo). Credo però che l’epigonismo sia un prezzo da pagare necessariamente all’esaurimento delle risorse espressive del verso libero. Il linguaggio socialmente diffuso, quello quotidiano della gente, su cui influiscono la televisione e i nuovi strumenti di comunicazione, è così destrutturato ed agrammaticale, così estraneo a qualunque guizzo retorico, così infarcito di ideologismi deliranti, così preoccupato di esibire, così noncurante di comunicare, che la lirica del verso libero  risulta spesso indistinguibile dal linguaggio ordinario, che oggi liberamente si compiace di deformazioni espressive che in altri tempi sarebbero state orgoglio di poeti fracassoni. Il recupero delle forme tradizionali, che credo necessario in vista della ricostruzione di una dimensione poetica del linguaggio, non può eludere il registro della parodia, almeno fino a quando non sarà stato ricostruito, con la tradizione, un assetto di civile convivenza. E quindi spesso metto volentieri in evidenza tale registro parodico, esorcizzando, attraverso la comicità, il rischio del ridicolo. Come in questo sonetto:

 

 

Amici, lo confesso: sono epigono!

Sebbene nato sia presso il Sebeto

che di frondosi lauri ha verde il greto,

spilucco versi altrui come un Lestrigono.

 

Invidio quanti in proprio suol redigono,

ed ogni tanto anch’io la musa allieto,

però bel motto volentieri mieto

e lo trapianto in sterile poligono.

 

Non patirò i rigori dell’Origene

né, spero, la disgrazia di Abelardo,

ma se infecondi sono i patrî lari

 

di domestici frutti, dolci o amari,

quest’orticello in cui sospiro ed ardo

si fregi almen di rime non indigene!

 

 

Ma la tradizione non è solo un repertorio di forme metriche. Fra il XII e il XVI secolo in Europa furono create e consolidate strutture liriche che rappresentano un complesso dispositivo di organizzazione dell’immaginario, che dalla poesia si irradia prima negli altri generi letterari e poi nella cultura e nella mentalità. La cansó, codificata dai Provenzali, il sonetto, inventato dai Siciliani, il canzoniere d’autore, iniziativa dei Toscani, sono impianti discorsivi destinati ad accogliere una tematica ben precisa, cioè il desiderio, che fin dal principio si presenta, nei trovatori, come serbatoio di energie immaginarie al servizio di un nuovo e in molti aspetti sovversivo universo di valori, che si affermerà, in tempi diversi, in tutto il continente europeo. In questo sonetto ho indicato alcune fasi di tale sviluppo:

 

En cantar del Amor todo el misterio

los Provenzales fueron los primeros;

los Italianos luego sus senderos

pisaron, alcanzando un largo imperio.

 

En catalán cantó el Amor, más serio,

del Turia hasta Parténope en veleros;

y en fin los Españoles los punteros

fueron del amoroso magisterio.

 

Y ahora navegando va el deseo

entre lenguas que quieren anudarse

en Redes de placer y de cariño;

 

y mientras tanto ríe igual que un niño

el corazón, que puede desatarse

de tonta moraleja y sermoneo.

 

 

Goya, "Pigmalió i Galatea"

L’elemento che più mi affascina dell’amore che cantano i poeti della tradizione è la sua struttura triangolare, cioè il fatto che la passione ha sempre un carattere adulterino. La tensione di desiderio si sviluppa in uno spazio morale trasgressivo, nel quale l’io mette alla prova se stesso nel conflitto inevitabile che il desiderio genera. Conflitto che non è solo esterno (posso o non posso desiderare le donne d’altri?), ma anche, e radicalmente, interno, poiché mette in discussione i fondamenti egoici della Legge.  Le capacità espressive del soggetto devono misurarsi con imperativi morali sostanziali, che la psiconoanalisi descrive come conflitto edipico con il Padre e che, indipendentemente dalla realizzazione materiale del joi (cioè la consumazione di un atto sessuale illecito) viene verbalizzato ed immaginato, quindi accolto dalla coscienza ed interiormente accettato dall’io. I momenti più alti della lirica protomoderna sono quelli in cui la tensione di desiderio coincide con la tensione espressiva, che ha in se stessa l’agognata ricompensa. Ho provato spesso a rimodulare tali antiche suggestioni; come, per esempio, in questo sonetto:

 

 

Si fuera Pigmalión y Galatea

tú fueras, en el mármol esculpida,

a tu precioso cuerpo daría vida

con el favor de Venus Citerea.

 

Mas de Chipre no soy, ni me fondea

en el alma la que quitó al Atrida

la esposa, que, aunque bella sin medida,

parece, frente a tí, vulgar y fea.

 

Yo sólo tengo esta pobre palabra

para que, con disfraz de poesía,

en tu silencio una brecha se abra

 

y entre por allí la vida mía:

te la regalo, mientras esté puesto

en la sonrisa, la mirada, el gesto.

 

Ma il desiderio è anche energia immediatamente sessuale, che alimentando la tensione espressiva potenzia il senso delle parole rendendole più penetranti, e che, soprattutto, mi consente di definire più nitidamente il destinatario a cui il testo si rivolge. Il posto d’onore nella mia “poetica” è quello riservato al destinatario, un “tu” che deve essere  concretamente, fisicamente percepibile nel testo e perentoriamente interpellato da una pulsione di desiderio che mette chiaramente a fuoco il suo oggetto. Il simbolismo della sessualità che sistematicamente, quasi ossessivamente, descrivo nei miei versi, credo che si chiarisca e giustifichi attraverso la necessità imperiosa che avverto di ricollocare saldamente la parola poetica all’interno di un circuito comunicativo, cioè di ricucire il rapporto comunicativo fra l’io e il tu, ripristinando quella dialogicità che nei primi secoli della modernità era istituzionale nella lirica, e che a partire da Petrarca viene sacrificata ad una idea ‘monumentale’ della poesia, cioè alla solennità distante  di un discorso egocentrico e compiaciuto di sé.

 

Henri de Triqueti (1804-1874), Femme nue, Louvre

 

Voglio che la parola sia carezza

che scrivono le dita sulla pelle

del collo, delle braccia, di mammelle

sfiorate dalle labbra con dolcezza.

 

Il brivido che dentro, come brezza,

soffia e invade dell’anima le celle,

abbatte ogni parete ed entra nelle

segrete fonti d’una antica ebbrezza.

 

Attonito rimango a contemplarti

mentre dal fondo di salmastro abisso

emerge gorgogliando un’eco, un canto

 

che della tua bellezza è gloria e vanto:

in me ne accolgo il battito prolisso,

devotamente, prima di baciarti.

 

 

Questa urgenza di ricostruire il luogo del destinatario, di ristabilire il rapporto con l’interlocutore, mi ha indotto ad utilizzare le reti sociali (Facebook) per la diffusione delle mie poesie, indipendentemente dalla pubblicazione in volume, di cui quella in Rete rappresenta una fase redazionale preliminare. La Rete mi offre la possibilità di sottoporre i testi immediatamente ad un gruppo di lettori che reagiscono allo stimolo o alla provocazione rappresentati dal sonetto, completandone il senso con le loro reazioni, attraverso commenti che vanno da un semplice cenno di adesione estetica fino a riflessioni di notevole complessità. Le aspettative di tale gruppo di lettori, ormai consolidate da una protratta consuetudine, rappresentano a loro volta uno stimolo e una provocazione per la mia scrittura, che le ha ormai interiorizzate e che dialetticamente le anticipa, confermandole o correggendole, in un fecondo dialogo fra scrittura e lettura. La Rete è diventata, e si tratta di un fenomeno che non riguarda solo me, uno spazio pubblico nel quale la poesia interagisce con i suoi lettori, prefigurando un ritorno a forme dialogali di scrittura poetica prepetrarchesche.  In tale contesto, il recupero dei legami con tradizione lirica potrebbe risultare favorito, poiché vengono meno le ragioni che ne produssero lo scioglimento, cioè l’isolamento dello scrittore e la configurazione di un pubblico-massa lontano e indifferenziato. In molti sonetti ho messo in evidenza questo nuovo spazio comunicativo del testo poetico, che “mette in piazza”, potremmo dire, emozioni finora destinate all’intimità del discorso lirico solipsista.

 

"iperorgasmo intertestuale"

 

Amici, temo d’essere impazzito!

Sedotto da segnale digitale

emesso da sirena virtuale

dietro di lei mi sono istupidito

 

e d’Elicona il coro ho trasgredito,

seguendo come bestia il baccanale

d’iperorgasmo intertestuale

che della Rete esplode nell’ordito.

 

E vo come colui che, fuor di senno,

si lascia intrappolare nelle ragne

di strega che affattura con un cenno

 

facendoti sparire le magagne

del tempo, del dolore, della sorte

e credere che vincerai la morte!

 

 

Il rapporto in assenza, virtuale, con la interlocutrice non riduce, ma al contrario potenzia la tensione di desiderio, poiché la distanza funge da stimolo per la immaginazione, che riscostruisce agevolemente il fantasma, ripristinando anzi, grazie alle nuove tecnologie, quella poderosa e quasi violenta effettualità della immagine che nei poeti arcaici era così viva:

 

 

 

Es como una palabra la caricia,

palabra susurrada con dulzura,

en la penumbra, a solas, sin premura,

y en la piel suspirada sin codicia.

 

Vuelo hasta ti con ala que es ficticia,

y mientras trabajando o en la lectura

de libro en la pantalla o de noticias

estás sentada, en verso y con pericia,

 

acariciando, de besos inundo

el cuello liso que bajo el cabello

descubro, y voy siguiendo por los hombros

 

y luego, sin hacer caso de asombros,

voy explorando con los dedos vello

que oculta los orígenes del mundo.

 

E dell’antico fantasma di desiderio le nuove tecnologie riproducono anche la dolorosa distanza, in una dialettica tra presenza ed assenza che mi permette di utilizzare l’intero ventaglio di registri emozionali che il desiderio offre, cioè tutte le possibilità fra i due poli della estrema presenza (allucinatoriamente gratificante)  e della assenza assoluta (disperatamente angosciosa):

 

Ricostruisco con la fantasia

il tatto della pelle, della voce

il timbro sensuale, poi il veloce

sguardo che scruta il cuore e fugge via;

 

e poi il fianco flessuoso che alla mia

mano che fruga nell’umida foce

prima rincula, selvaggio e feroce,

poi si protende in spasmosa agonia…

 

Quindi  riapro gli occhi: la mia stanza,

l’ingombra scrivania, il dizionario,

lo schermo, il mouse, il filtro, la tastiera

 

impolverata, l’ombra della sera

che cade sull’inutile rimario…

e accanto, di te, sempre,  la mancanza!

 

 

Fantasma generato della immaginazione malinconica, la  femminile presenza-assenza che appare nei miei sonetti, simbolicamente rappresentata dalla figura di Diana sorpresa mentre si dispone a bagnarsi (François Boucher), scelta per la copertina del volume in cui ho pubblicato 100 dei miei componimenti (98 sonetti e due canzoni), riassume l’eredità di forme ed esperienze che la tradizione lirica ha depositato nella mia memoria. Ma la forza di tale fantasma, l’energia esistenziale che ad esso imprime il desiderio mobilitato dalla parola poetica, lo sottrae alla dimensione astratta della pura allucinazione e lo proietta nel reale, secondo precise coordinate di tempo e di spazio. Come si vede, per esempio, in questi due sonetti:

 

Se mai sonetto mio superassi

di critici e lettori la censura,

potresti, forse, allor, senza paura,

cercar di là dal mare i dolci passi

 

d’una bella signora. In toni bassi

sussurrale all’orecchio che matura

sebbene sia l’età, che presto indura,

verdi sono nel cuor gli antichi spassi.

 

Ricorda  i paesaggi risaputi,

l’ansioso domandar, l’udir tacendo!

Il frastuono d’un palpito segreto.

 

Raccontale che ancor nell’irrequieto

girovagar per vie che a stento intendo,

del suo riso risento i timbri acuti.

 

 

Golfo di Napoli

 

 

Quando, dopo la lunga passeggiata,

arrivata sarai sull’erta punta

che sopra il mare svetta al ciel congiunta,

rivolgi ad occidente una sbirciata!

 

Scintilleranno i gattici e spiegata

attorno a te sarà la linea smunta

dell’orizzonte, e tu allora appunta

quanto distanti siamo, in un’occhiata!

 

Dall’altra parte adorerà il pensiero

chi l’anima m’ha preso, e poi digiuna

di me la tiene in bilico sul cielo.

 

E quando dall’oriente, come un velo,

si stenderà la luce della luna,

Malinconia verrà nel suo veliero.

 

La rete sociale mi offre poi una ulteriore risorsa di ordinamento dei testi, relativa ai tempi della loro diffusione. Il fatto che lo spazio disponibile alla scrittura e alla lettura sia costantemente aperto, in una ideale e permanente sincronia di interazioni, mi permette di periodizzare la pubblicazione dei sonetti attraverso scadenze regolari di invio. La periodicità quotidiana con cui pubblico i miei sonetti in Rete sintonizza l’apparizione dei testi al ritmo regolare del calendario, creando l’illusione di una temporalità poeticamente scandita e controllata. Come cerco di dire in questo sonetto:

 

 

Se mai prima di me nessuno ha osato

sfidare il tempo, che con dura legge

l’umana vanità doma e corregge,

sarà per ciò più grave il mio peccato?

 

E se poco sarà il gioco durato

e presto sfumeranno queste schegge

di poesia che l’amor mi legge,

duramente sarò rimproverato?

 

In questo malinconico tramonto

dell’umana giornata che si spegne

fra risentiti gemiti d’angoscia,

 

un estremo baglior sui sensi scroscia

di desiderio. Rime non indegne

scandiscono del calendario il conto.