LA GRAMMATICA IN DANTE, Raffaele Pinto

[Testo letto nell’ambito delle Giornate Dante – Llull. Barcelona, 21-22 febbraio 2012]

 

Il dualismo Grammatica / Volgare nella Vita Nuova

Il concetto di grammatica raramente appare in Dante isolato e definito in se stesso come una delle dottrine in cui si articolava il sapere della sua epoca. Ciò accade  in Convivio II xiii 9, dove la grammatica viene comparata al cielo della luna e descritta sviluppando concetti oraziani:

Dico che ‘l cielo della Luna colla Gramatica si somiglia, perché ad esso si può comparare [per due propietadi]. Ché se la Luna si guarda bene, due cose si veggiono in essa propie, che non si veggiono nell’altre stelle. L’una si è l’ombra che è in essa, la quale non è altro che raritade del suo corpo, alla quale non possono terminare li raggi del sole e ripercuotersi così come nell’altre parti; l’altra si è la variazione della sua luminositade, ché ora luce da uno lato e ora luce da un altro, secondo che lo sole la vede. E queste due propietadi hae la Gramatica: ché per la sua infinitade li raggi della ragione in essa non si terminano, in parte spezialmente delli vocabuli; e luce or di qua or di là, in tanto [in] quanto certi vocabuli, certe declinazioni, certe construzioni sono in uso che già non furono, e molte già furono che ancor saranno: sì come dice Orazio nel principio della Poetria, quando dice: “Molti vocabuli rinasceranno che già caddero”[1].

Normalmente la Grammatica è invece uno dei poli di un sistema linguistico e culturale che ha, nei suoi estremi, il latino e il volgare, ed indica appunto il latino inteso come lingua scolastica e letteraria che si oppone al volgare inteso come lingua spontanea e quotidiana. Conviene partire dal primo testo in cui tale dicotomia è formulata, che illustra bene il paradigma diglossico all’interno del quale il pensiero di Dante sulla Grammatica matura ed evolve[2]. Si tratta di un passaggio del capitolo XXV della Vita Nuova in cui il poeta si interroga sulle origini della poesia d’amore scritta in volgare:

Anticamente non erano dicitori d’amore in lingua volgare, anzi erano dicitori d’amore certi poete in lingua latina; tra noi dico, avvegna forse che tra altra gente addivenisse, e addivegna ancora, sì come in Grecia, non volgari ma litterati poete queste cose trattavano.

Il testo allude alla originalità storica della poesia d’amore in volgare, dal momento che, come dirà subito dopo, sono passati appena 150 anni da quando fu presa l’iniziativa di usare letterariamente il volgare. E si tratta di una originalità non solo storica, cioè databile, ma anche geografica, dal momento che in altre zone d’Europa i poeti continuano ad usare una lingua grammaticale e non volgare. È il caso della Grecia, nella quale secondo Dante tale mutamento di lingua letteraria non si è verificato.

Il brano è estremamente interessante poiché ci mostra, sul nascere, il paradigma diglossico di Dante: l’Europa ha un numero indeterminato di lingue locali, che nel loro insieme possono essere definite come “il volgare” e due sole grammatiche, cioè il latino e il greco, che sono le lingue dei litterati. La letteratura si è tradizionalmente scritta in tali due lingue grammaticali, finché “tra noi”, ossia nell’ambito geografico e culturale che adotta come grammatica il latino, i poeti hanno abbandonato la grammatica per usare il volgare. L’idea che ad una certa lingua gramaticale appartengano diversi idiomi locali è ben attestata prima di Dante (per esempio in Ruggero Bacone[3]); ma che una di queste grammatiche sia stata soppiantata, per certi usi, dal volgare, che entra così in concorrenza con la grammatica, questa è prospettiva dantesca e che poteva essere sviluppata solo a partire dalla esperienza lirica.

Del fatto che esista una lingua grammaticale ‘nostra’, che si oppone alle grammatiche altrui, e concretamente in Europa al greco, si parla anche in un altro discusso luogo del Convivio, che risultano più chiari alla luce del passaggio appena letto della Vita Nuova. In Conv. I xi 14, in polemica con i detrattori dell’italiano che preferiscono il provenzale, che è in Italia “volgare altrui”, Dante cita il De Finibus di Cicerone, in cui viene denunciata l’insolenza di quanti, pur essendo latini, preferiscono il greco al latino, in testi di tipo filosofico:

Contra questi cotali grida Tulio nel principio d’un suo libro che si chiama Libro di Fine de’ Beni, però che al suo tempo biasimavano lo latino romano e commendavano la gramatica greca, per simiglianti cagioni che questi fanno vile lo parlare italico e prezioso quello di Proenza.

Come ha ben avvertito Vincenzo Mengaldo (1965), il confronto è fra due grammatiche (una nostra, il latino, una altrui, il greco), paragonate a due volgari (uno nostro, l’italiano, uno altrui, il provenzale).

Essendo dunque latino e greco le lingue grammaticali d’Europa, in occidente è accaduto che i poeti d’amore hanno abbandonato la lingua grammaticale e l’hanno sostituita con il volgare. Tale visione “catastrofica” della poesia moderna ha come presupposto teorico la diglossia strutturale delle società umane, nelle quali sempre e dovunque si oppone una lingua scritta e letteraria ad un’altra parlata e di uso quotidiano. L’originalità culturale dell’occidente europeo consiste, secondo Dante, nell’uso letterario della lingua quotidiana, e quindi nel corto circuito che si stabilisce tra funzioni di linguaggio che tradizionalmente (cioè anticamente e, nella attualità, in ambito non latino)  sono finalizzate ad usi espressivi radicalmente diversi, e cioè l’artificialità del latino per la scrittura, e la spontaneità del parlato per la comunicazione quotidiana.

È in tale prospettiva che acquista il massimo rilievo quella che, nelle linee immediatamente successive, viene indicata come la causa di tale rottura della continuità linguistico-letteraria:

Lo primo che cominciò a dire siccome poeta volgare, si mosse però che volle fare intendere le sue parole a donna, a la quale era malagevole d’intendere li versi latini. E questo è contra coloro che rimano sopra altra matera che amorosa, con ciò sia cosa che cotale modo di parlare fosse dal principio trovato per dire d’amore.

Le cause del mutato rapporto fra latino e volgare, e cioè le ragioni della invasione da parte del volgare di un territorio tradizionalmente riservato al latino, consistono per Dante nella selezione di un nuovo destinatario poetico, che, non conoscendo il latino, non avrebbe potuto intendere i testi. Il primo poeta volgare cambiò lingua non perché non conoscesse il latino, ma perché si dirigeva ad un interlocutore che lo ignorava, ossia una donna. Nella prospettiva di Dante, il latino era lingua specificamente maschile, poco frequentata dalle donne, e per tanto, a chi volesse parlare ad una donna e farsi capire da lei, era necessario usare l’unica lingua alla loro portata, ossia il volgare. Per capire questo ragionamento dobbiamo pensare che nella diversificazione diglossica della società europea, il latino era da secoli lingua dei chierici, insegnato in scuole alle quali le donne non avevano accesso (almeno a partire da certi livelli). Per Dante, tale esclusione delle donne dalla letteratura, e quindi dalla grammatica, era elemento strutturale della società europea (e umana in generale), ed avverte quindi come una innovazione ‘catastrofica’ l’irruzione delle donne nella cultura letteraria, in qualità di lettrici o destinatarie del discorso poetico. Indipendentemente dalla oggettiva validità socioculturale di queste osservazioni, è indubbio che con esse viene inaugurata una linea di riflessione che si protrarrà per alcuni secoli nel dibattito letterario degli intellettuali europei.  Ricordo solo alcuni di questi momenti perché sia chiara la assoluta pertinenza teorica dell’argomento relativo al destinatario femminile quale causa della svolta culturale realizzata dai trovatori. Innanzitutto Boccaccio, che in diversi luoghi dichiara che le donne sono destinatario prioritario dei romanzi[4], e nel Proemio del Decameron seleziona le “donne innamorate” come pubblico dell’opera, la quale, d’altra parte, essendo “cognominata Principe Galeotto”, allude fin dal titolo al privilegiato destinatario femminile dei suoi temi romanzeschi. Poi Baldasar Castiglione, che nel III libro del Cortegiano si chiede retoricamente:

chi studia a compor versi, almen nella lingua volgare, se non per esprimere quegli affetti che dalle donne sono causati?

e infine Joan Boscà, che nel Prólogo al secondo libro delle sue poesie, ispirato da Dante, Boccaccio e Castiglione, dà per scontato che la lirica abbia come destinatario prioritario le donne, e ne difende, contro i detrattori, la dignità intellettuale:

 

otros argüían diziendo que esto principalmente havía de ser para mugeres y que ellas no curavan de cosas de sustancia sino del son de las palanbras y de la dulçura del consonante… a los que dizen que estas cosas, no siendo sino para mugeres, no han de ser muy fundadas, ¿quién ha de gastar tiempo en respondelles? Tengo yo a las mugeres por tan sustanciales, las que aciertan a sello, y aciertan muchas, que en este caso quien se pusiese a defendellas las ofenderia[5].

 

L’irruzione del pubblico femminile nell’orizzonte comunicativo del poeta europeo rappresenta una svolta epocale che ha, come immediata e necessaria conseguenza, l’adozione letteraria della lingua delle donne, ossia il volgare inteso quale lingua materna. Tale rapporto originario e strutturale fra la letteratura in volgare ed il pubblico femminile costituisce uno dei pilastri della riflessione linguistica di Dante. Riapparirà infatti nel 1º trattato del Convivio (I ix 5), laddove viene selezionato il pubblico della nuova letteratura, una società civile al suo interno ampiamente differenziata, formata da

… e molta altra nobile gente, non solamente maschi ma femmine, che sono molti e molte in questa lingua, volgari, e non letterati.

Esso viene ribadito all’inizio del De Vulgari (I i) quando si afferma che anche alle donne e ai bambini è necessaria una eloquenza volgare:

Talem eloquentiam penitus omnibus necessariam videamus, cum ad eam non tantum viri, sed etiam mulieres et parvuli nitantur, in quantum natura permictit [Tale eloquenza è profondamente necessaria a tutti, dato che ad essa tendono non solo gli uomini ma anche, per quanto consente loro la natura, le donne e i bambini]

si precisa, poi, attraverso la nozione di lingua materna, nella definizione di volgare, nel lo stesso capitolo del 1º libro del trattato latino:

Vulgarem locutionem asserimus, quam sine omni regula nutricem imitantes accipimus [definiamo parlar volgare quello che assorbiamo al di fuori di qualunque regola, imitando la nutrice].

nella quale l’istanza naturale e femminile del linguaggio si oppone a quella artificiale e grammaticale[6]. E viene poi definitivamente legittimato, sul piano mitico e poetico, quindi ben al di là della astratta dimensione teorica, attraverso il personaggio di Francesca da Rimini nel canto V dell’Inferno, il primo di cui viene esplorato il carattere nella Commedia, lettrice di romanzi e teorica dell’amore.

Tale irruzione del pubblico femminile nella cultura letteraria, d’altra parte, è comprensibile solo nel quadro di una poesia che abbia l’amore come suo tema centrale (addirittura l’unico plausibile, per Dante, all’altezza della Vita Nuova). Il volgare viene promosso alla dignità di lingua letteraria, spodestando, almeno in quest’ambito, il latino, in quanto esprime l’esperienza del desiderio nei confronti di una donna, che è, da una parte, oggetto d’amore e dall’altra destinataria del testo poetico.

Nella sua schematicità, quello formulato nel capitolo XXV della Vita Nuova è un modello ermeneutico densamente esplicativo sia sul piano storico-culturale che su quello linguistico-letterario: la antica diglossia, basata sulla opposizione chierici-laici, viene messa in discussione e superata dalla poesia dei trovatori e dalla tradizione che ad essa si ispira. Grazie ad esse viene prefigurato un nuovo sistema, che appellando a nuovi valori (cioè l’amore inteso come fondamanto di una nuova aristocrazia dei sentimenti) e a nuovi soggetti culturali (cioè i laici in generale e le donne in particolare), relega il latino in un ruolo culturalmente non più egemone. Esso servirà semmai, e resterà vigente, quale modello a cui ispirarsi nella elaborazione del nuovo linguaggio letterario (come gli esempi sulla figura della personificazione mostrano in questo stesso capitolo della Vita Nuova), ma non potrà più esprimere i valori essenziali e fondativi della civiltà, che attraverso la soggettività femminile (la donna come destinataria-lettrice, oltre che come oggetto di desiderio) si legano ormai organicamente ed indissolubilmente alla promozione e al progresso della lingua volgare. Tale sentimento della inattualità del latino doveva essere, oltre che convinzione personale di Dante, anche tema di dibattito fra i poeti di Firenze, se sempre nelle Vita Nuova leggiamo, nel cap. XXX, all’interno di una autogiustificazione per il fatto di non riportare per intero il brano delle Lamentationes di Geremia con cui lo scrittore ha informato il lettore della morte di Beatrice, la seguente dichiarazione:

 

Lo intendimento mio non fue dal principio di scrivere altro che per volgare; onde, con ciò sia cosa che le parole che seguitano a quelle allegate, siano tutte latine, sarebbe fuori dal mio intendimento se le scrivessi. E simile intenzione so ch’ebbe questo mio primo amico a cui io ciò scrivo, cioè ch’io li scrivessi solamente in volgare.

 

Questa sintonia fra Dante e Guido Cavalcanti sulla inopportunità dell’uso del latino sembrerebbe alludere ad una convinzione relativamente diffusa fra i cultori della lirica in volgare, e cioè al fatto che i temi e le esperienze di cui tale lirica è veicolo implicano un destinatario femminile e laico, e quindi uno strumento espressivo ad essi adeguato.

Nel pensiero di Dante il latino e la grammatica occupano il lato negativo della polarità diglossica; essi sono storicamente obsoleti e destinati ad essere soppiantati attraverso l’istituzione di un nuovo diasistema, non più diglossico, basato sulla identità, almeno tendenziale, della lingua d’uso o materna e la lingua d’arte o letteraria. La negatività della grammatica, qui assiomaticamente postulata sul piano storico, verrà poi riempita di contenuti politici aspramente polemici nel Convivio e nel De Vulgari.  Essa è però già perfettamente delineata nel capitolo XXV della Vita Nuova ed avverte noi studiosi che il tratto più personale del pensiero linguistico di Dante consiste nella percezione della diglossia come elemento perverso della condizione umana, e storicamente obsoleto almeno nella società europea occidentale.

 

L’idea di Grammatica dal Convivio al De Vulgari

 

L’originalità del pensiero linguistico di Dante, sostanzialmente estraneo a tutte le tradizioni di pensiero, che egli attraversa liberamente estrapolando e contaminando, spiega da una parte il disinteresse degli immediati successori nei confronti della teoria esposta nel De Vulgari, e dall’altra le difficoltà che noi oggi abbiamo nel ricostruirne le fonti. La polemica sulla influenza della grammatica speculativa, che infiamma da anni la bibliografia dantesca, è un sintomo di tali difficoltà, che dipendono da una oggettiva irriducibilità di quel pensiero a temi e prospettive tradizionali o condivise. Per cui credo che l’approccio migliore al pensiero dantesco consista nel metterne in luce gli spostamenti e le deviazioni, rispetto alle fonti che pur esistono, ma che sono utilizzate da Dante sempre in modo fortemente innovativo.

Partirò dalle considerazioni sulla Gramatica che lo scrittore svolge nel nono capitolo del primo trattato del De Vulgari. Dopo averla definita, al principio dell’opera, come una “locutio secundaria”, rispetto al volgare lingua naturale[7], e dopo aver ricapitolato la storia del linguaggio a partire da Adamo e da Babele, il cui mito rappresenta la condanna divina alla instabilità linguistica, l’autore descrive l’inarrestabile processo di diversificazione idiomatica, fino alle differenze di linguaggio fra quartieri diversi della città di Bologna. L’invenzione della grammatica, che non ha un inizio nel tempo ma risponde ad una esigenza antropologica di tipo metastorico, è iniziativa riflessa ed artificiale, imposta all’umanità da questa naturale tendenza del linguaggio al mutamento:

De Vulgari I ix 9-11.  Non etenim admiramur si extimationes hominum qui parum distant a brutis, putant eandem civitatem sub inmutabili semper civicasse sermone, cum sermonis variatio civitatis eiusdem non sine longissima temporum successione paulatim contingat et hominum vita sit etiam ipsa sua natura brevissima Si ergo per eandem gentem sermo variatur, ut dictum est, successive per tempora, nec stare ullo modo potest, necesse est ut disiunctim abmotimque morantibus varie varietur, ceu varie variantur mores et habitus, qui nec natura nec consortio firmantur, sed humanis beneplacitis localique congruitate nascuntur. Hinc moti sunt inventores gramatice facultatis: que quidem gramatica nichil aliud est quam quedam inalterabilis lucutionis ydemptitas diversibus temporibus atque loci. Hec cum de comuni consensu multarum gentium fuerit regulata, nulli singulari arbitrio videtur obnoxia, et per consequens nec variabilis esse potest. Adinvenerunt ergo illam ne, propter variationem sermonis arbitrio singularium fluitantis, vel nullo modo vel saltim imperfecte antiquorum actingeremus autoritates et gesta, sive illorum quos a nobis locorum diversitas facit esse diversis [Non c’è da meravigliarsi se l’opinione di uomini poco lontani dai bruti ritiene che la stessa città abbia sempre vissuto la sua vita civile all’insegna di una lingua immutabile, dato che la variazione della lingua di una stessa città non si dà senza una lunghissima progressione di tempo, poco a poco, e dato che la vita umana è anche, per sua stessa natura, brevissima. Se dunque la lingua cambia entro una stessa gente, come si è detto, progressivamente nel tempo, e non può in alcun modo star ferma, necessariamente cambierà in modi diversi presso genti che abitano separate e distanti, come cambiano in modi diversi costumi e abitudini quando non sono stabilizzati né dalla natura né da un comune vincolo aggregante in loco. Da questo sono stati spinti coloro che hanno scoperto la facoltà della grammatica: la quale grammatica non è altro che una sorta di inalterabile identità della lingua attraverso tempi e luoghi diversi. Questa, poiché è stata regolata per consenso comune di molte genti, non appare esposta all’arbitrio individuale di nessuno, e di conseguenza non può neanche essere mutevole. L’hanno trovata, dunque, per evitare che, a causa del variare della lingua, fluttuante secondo l’arbitrio dei singoli, non potessimo in alcun modo attingere il sapere e la storia degli antichi, ovvero di coloro che la diversità dei luoghi rende diversi da noi].

Il senso è chiaro. La brevità della vita umana crea l’illusione di una continuità di linguaggio, nella stessa città, ed è quindi per un difetto di razionalità, proprio di uomini poco differenti dagli animali, che non viene avvertito il continuo processo di modificazione nel tempo e nello spazio delle lingue naturali, che il tempo trasforma come ogni altro comportamento o costume. Tale processo rese necessaria l’invenzione di uno strumento espressivo inalterabile che permettesse all’umanità di dialogare con gli antichi e conversare con quanti sono distanti nello spazio.

Di tale brano sono state indicate dagli studiosi del De Vulgari diverse fonti. Aristide Marigo e poi Maria Corti hanno ricondotto il pensiero di Dante al trattato sui Modi significandi di Boezio di Dacia, e concretamente a questo passaggio, che distingue fra la scoperta teorica della grammatica, opera del filosofi, e la sua applicazione normativa nei trattati, compito dei grammatici:

 

Ideo oportet grammaticae generationem fuisse per inventionem. Inventio autem grammaticae praecedit ipsam grammaticam. Ideo qui invenit grammaticam non fuit grammaticus. Item: aliquis est grammaticus in habendo grammaticam. Ipsam nullus habere potuit ante suam generationem. Ideo qui invenit eam non fuit grammaticus, sed erat philosophus proprias naturas rerum diligenter considerans.

 

Vincenzo Mengaldo, Mirko Tavoni e Irène Rosier-Catach hanno addotto, soprattutto, due brani, uno dal De regimine principum, di Egidio Romano (I ii 7) e l’altro dal Tesoro di Brunetto Latini versificato, più vicini al concetto dantesco di grammatica come strumento artificiale indipendente dalle lingue naturali:

 

Videntes enim philosophi nullum idioma vulgare esse completum et perfectum, per quod perfecte exprimere possent naturas rerum, et mores hominum, et cursus astrorum, et alia de quibus disputare volebant, invenerunt sibi quasi proprium idioma, quod dicitur latinum, vel idioma literale, quod constituerunt adeo latum et copiosum, ut per ipsum possent omnes suos conceptus sufficienter exprimere.

 

Sicome dicono i saggi, / ne la latina parlaura à diversi linguaggi: / uno linguaggio ànno l’Italici e un altro i Tedeschi, / e altro quelli d’Inghilerra e altro i Francieschi, / e tutti sono della parlaura latina comunemente. / E sì  addiviene delli Ebrei e dei Greci, /  che ànno fra lloro diversità di gente, / e diversi linguaggi ànno tra lloro / e perciò sono i Greci e li Ebrei / sicome latini costoro / e perciò i latini antichi e saggi / per rechare inn uno diversi linguaggi, / che s’intendesse insieme la gente, / trovaro la gramatica comunemente; / e così gli Greci e lli Ebrei  in loro parlaura / trovaro loro gramatica e loro scritura. / Ciascuno trovò sue figure e sua maniera / quella delli Hebrei fu la primiera, / quella de li Greci fu la secondana, / quella de’ Latini fu la diretana. / E li Ebrei, secondo che trovo per scritto, / trovarono la loro gramatica in Egitto; / i Greci, secondo che l’antica storia contiene, / trovarono la loro gramatica ind’Athene; / i Latini, secondo il loro ydioma, / trovarono la loro gramatica a Roma.

 

Infine Franco Lo Piparo ha indicato come fonte del brano dantesco il commento di Tommaso d’Aquino al Perihermeneias di Aristotele (De interpretatione, lib. 1 l. 2 n. 2):

 

Est ergo considerandum quod circa primum tria proponit, ex quorum uno intelligitur quartum. Proponit enim scripturam, voces et animae passiones, ex quibus intelliguntur res. Nam passio est ex impressione alicuius agentis; et sic passiones animae originem habent ab ipsis rebus. Et si quidem homo esset naturaliter animal solitarium, sufficerent sibi animae passiones, quibus ipsis rebus conformaretur, ut earum notitiam in se haberet; sed quia homo est animal naturaliter politicum et sociale, necesse fuit quod conceptiones unius hominis innotescerent aliis, quod fit per vocem; et ideo necesse fuit esse voces significativas, ad hoc quod homines ad invicem conviverent. Unde illi, qui sunt diversarum linguarum, non possunt bene convivere ad invicem. Rursum si homo uteretur sola cognitione sensitiva, quae respicit solum ad hic et nunc, sufficeret sibi ad convivendum aliis vox significativa, sicut et caeteris animalibus, quae per quasdam voces, suas conceptiones invicem sibi manifestant: sed quia homo utitur etiam intellectuali cognitione, quae abstrahit ab hic et nunc; consequitur ipsum sollicitudo non solum de praesentibus secundum locum et tempus, sed etiam de his quae distant loco et futura sunt tempore. Unde ut homo conceptiones suas etiam his qui distant secundum locum et his qui venturi sunt in futuro tempore manifestet, necessarius fuit usus scripturae.

 

Di questi brani quello indubbiamente più pertinente al testo di Dante è il commento tomista, che indica come ragioni per l’invenzione della scrittura le stesse indicate da Dante per l’invenzione della grammatica, e cioè la necessità degli uomini di manifestare i propri concetti a coloro che sono distanti nello spazio e nel tempo. Il che conferma ulteriormente l’artificialità della nozione dantesca di grammatica, e quindi la distanza, su questo punto, dalla teoria dei modisti. Lo Piparo mostra inoltre come l’espressione “grammatice facultas” appartenga al lessico dell’insegnamento scolastico, nel quale indicava le abilità elementari della lettura e la scrittura[8]. Ma, al di là della definizione che leggiamo nel De Vulgari, che contiene una evidente restrizione del concetto di grammatica, il commento di Tommaso alla celebre equivalenza stabilita da Aristotele fra scrittura, oralità, concetti e cose ci apre uno spiraglio forse rivelatore sul percorso teorico di Dante.

Come è noto, il rapporto semiotico biunivoco fra linguaggio e pensiero è il fondamento della logica aristotelica, che identifica le categorie del pensiero con funzioni sintattico-grammaticali (soggetto e predicato). È appunto la riflessione su tale equivalenza, potremmo dire: la sua considerazione estensiva, ciò che stimola l’approccio speculativo, prima di Boezio e dei suoi commenti alla logica di Aristotele e poi della filosofia del linguaggio nel secolo XIII, superando la più tradizionale concezione descrittiva e normativa della grammatica, operante nei manuali destinati all’insegnamento. Sebbene non interessato in particolare ai “modi significandi”, Tommaso svolge un ruolo decisivo nel riorientare in senso speculativo la considerazione del linguaggio, poiché nella sua gnoseologia la parola (il verbum) svolge una funzione mediatrice nel processo di elaborazione mentale del concetto. È un tema proprio di Tommaso e che suscitò vive controversie, poiché la ragione astratta del concetto veniva subordinata alla sua fomulazione verbale (il verbum mentis), necessaria perché il contenuto della razionalità si attualizzi nella mente. Come è stato messo in evidenza dagli studiosi della filosofia medievale del linguaggio, il verbum mentis di Tommaso riprende un concetto agostiniano, quello di verbum cordis, ridefinendolo a partire dalla teoria aristotelica della conoscenza. Si tratta cioè di una parola interna e necessaria al processo di astrazione che dal fantasma sensibile deduce l’idea[9].

Come ha mostrato Mirko Tavoni nel suo commento al De Vulgari, la dipendenza di Dante da Tommaso, nella teoria del linguggio, è sostanziale[10]. Credo che anche in rapporto alla idea di grammatica la prospettiva tomista ha offerto a Dante spunti decisivi. Per apprezzarli bisogna soffermarsi brevemente  sulla articolazione del commento di Tommaso al Perihermeneias che abbiamo appena considerato. Qui Tommaso interpreta le equivalenze semiotiche di Aristotele con una sorprendente ed originale apertura di orizzonti filosofici. Innanzitutto giustifica la necessità di indicare verbalmente le passioni dell’anima attraverso la natura sociale e politica dell’essere umano, la qual cosa determina un sostanziale spostamento del problema semantico: ciò che essenzialmente importa del significato delle parole non è il rapporto denotativo con le cose (o con il pensiero delle cose), come vogliono i logici e lo stesso Aristotele, ma il rapporto comunicativo fra gli uomini. Si tratta di “conceptiones unius hominis innotescere aliis” (Dante dice, I iii: “ad communicandas inter se conceptiones suas”), poiché, come leggiamo nel commento alla Politica di Aristotele, “loquutio humana significat quid est utile et quid nocivum”. In virtù di tale funzione eminentemente politica, convivono male, aggiunge Tommaso nel passo del commento al Perihermeneias qui citato, uomini di lingue diverse. Ma più significativa ancora, in Tommaso, è la attribuzione al linguaggio dei processi astrattivi che consentono all’essere umano di superare l’hic et nunc della percezione immediata. Se si trattasse solo di indicare con i suoni della voce le passioni dell’anima prodotte dalla sensibilità, non sarebbe necessario il linguaggio articolato: vediamo infatti che alcuni animali hanno questo tipo di linguaggio. Gli uomini, invece, hanno anche cognizioni intellettuali, che non dipendono dalla immediatezza percettiva, e per esprimere le quali è necessario un linguaggio concettualmente articolato, dal quale dipende poi l’invenzione della scrittura.

In questo testo di Tommaso sono due gli elementi che, credo, hanno influito potentemente sulla teorizzazione di Dante. Il primo è la esigenza di razionalità che è immediatamente connessa al significato delle parole. Ciò vuol dire che le funzioni intellettuali della mente sono implicate al linguaggio secondo natura ed anteriormente ad ogni attività psichica successiva e secondaria. L’esercizio della razionalità umana è già implicito nel fatto che l’essere umano parla, esso si dispiega immediatamente nell’uso spontaneo e naturale del linguaggio. La scrittura è conseguenza di tale istanza razionale ed interviene, in un secondo momento, per garantire la comunicazione con chi è lontano o assente. Notevolissima è, su questo punto essenziale, la differenza rispetto ad Agostino (al quale spesso la linguistica di Dante viene ricondotta): mentre in Agostino il verbum cordis, la parola del cuore, si impoverisce nella sua semiosi verbale, cioè perde la sua energia illuminativa, poiché il linguaggio proferito o pensato afferisce esclusivamente alla sensibiltà, in Tommaso il segno verbale è “verbum mentis” necessario alla formazione del concetto. Esso ha dunque una natura nitidamente speculativa, anche se su un piano diverso da quello esplorato dai modisti: esso è molto più concettuale che grammaticale.

Provo ora a verificare la pertinenza di questi assiomi ad una delle grandi cruces dantesche, e cioè la contraddizione in cui sembra cadere lo scrittore quando afferma nel Convivio che il latino è più nobile del volgare, e, nel De Vulgari, che il volgare è più nobile del latino. L’ipotesi che io qui proporrei è che si tratta non di una contraddizione, ma di fasi diverse di un percorso intellettuale che ha, come suo decisivo punto di svolta, la meditazione sul brano di Tommaso che stiamo analizzando. La differenza più clamorosa fra i due trattati, relativamente al linguaggio, è infatti, a mio avviso, la sostanziale assenza di una istanza razionalistica nel 1º trattato del Convivio, e, al contrario, l’appello sistematico al razionalismo strutturale del linguaggio nel De Vulgari, razionalismo che Dante ha appreso da Tommaso, dalla sua teoria generale del verbum mentis e, più concretamente, dalla identificazione di significato verbale e concetto mentale che abbiamo appena visto. Nel Convivio il volgare è meno nobile perché non ha prestigio, e deve essere preferito al latino non per motivi di razionalità intrinseca, ma per motivi culturali e politici (ed in particolare per il tradimento dei chierici che hanno prostituito la letteratura). Il rapporto latino/volgare non è analizzato dal punto di vista dei contenuti intellettuali mobilitati dalle due lingue (che anzi sarebbe tutto a vantaggio del latino in quanto arte), ma bensì da quello dei gruppi sociali che ne fanno uso: da una parte i chierici, che hanno il monopolio della cultura e nessun rapporto con la società civile, dall’altra i laici, ben integrati nella società civile ma privi di cultura (ad alto livello). Il latino è più nobile per la sua perfezione grammaticale, per cui sembra semmai che ad esso, in quanto prodotto d’arte, cioè di studio, spetti un contenuto intellettuale più trasparente. Il volgare, però, in quanto lingua propria, cioè strumento espressivo della comunità familiare e sociale, è destinato a sostituirlo, poiché la società civile ha maturato valori che il latino, lingua separata, sarebbe incapace di esprimere. Il volgare è quindi preferibile al latino non per sé, ma relativamente a mutate condizioni storiche che, como Dante aveva già intuito nella Vita Nuova, lo rendono modernamente necessario su un piano che non è più semplicemente poetico, come nel libello giovanile, ma ampiamente culturale e politico.

Quando intraprende la stesura del De Vulgari, Dante ha scoperto, invece, grazie a Tommaso, che le funzioni elevate del linguaggio, quelle che ne fanno uno strumento espressivo al servizio della razionalità, non sono secondarie o artificiali, ma implicite nelle sue componenti semantiche e concettuali, che ovviamente sono già operative nel linguaggio orale, quindi nel volgare inteso come lingua materna. Si badi bene: sono operative nel linguaggio inteso come locutio, cioè come naturale facoltà espressiva e comunicativa, non in questo o quell’idioma volgare, degenerato perché abbandonato alla logica dispersiva del mutamento spaziotemporale, senza una cultura letteraria ed uno stato che lo coltivino e preservino. In sé razionale, il linguaggio umano (la locutio) vanifica la sua nobile funzione senza una cultura letteraria (una eloquentia) che ne attualizzi le potenzialità. E si tratta di una eloquentia non specialistica e separata (come quella dei chierici) ma naturale e socialmente diffusa, infatti ad essa tendono anche le donne e i bambini, come abbiamo.

La scrittura, cioè l’arte grammaticale, non aggiunge nulla, sul piano intellettuale, al linguaggio; è solo uno strumento ulteriore, una artificiale tecnologia della parola che garantisce la comunicazione su un piano non immediato. Di qui la svalutazione antropologica della scrittura e la parallela scoperta della funzione formativa che ha nella mente la lingua materna, la cui nobiltà dipende dalla sua universalità: tutti gli uomini hanno un linguaggio come tutti gli uomini hanno una razionalità, l’uno e l’altro sono connaturati alla specie umana. Altrettanto non si può dire della grammatica, cioè della scrittura, che solo alcuni imparano, con grande sforzo.

È appunto questa la scoperta che Dante rivendica nel trattato latino. Seguendo le indicazioni teoriche di Tommaso, ed applicandole al rapporto diglossico latino-volgare, egli può proclamare un principio o una legge che, effettivamente, mai nessuno aveva formulato, e cioè la superiore dignità ontologica del volgare, in quanto lingua orale e primaria, rispetto al latino, che è lingua scritta e secondaria. Tale scoperta determina, credo, anche la decisione di scrivere il trattato linguistico in latino e non in italiano, perché la sua funzione non è divulgativa, come lo è quella del Convivio, ma rivelativa, e deve essere quindi presentata e sottoposta alla comunità scientifica. Quando Dante annuncia, nel 1º Tratattato del Convivio, “uno libello … di Volgare Eloquenza”, non pensa ancora ad uno scritto in latino, perché la sua teoria del volgare è ancora largamente debitrice di una concezione tradizionale, prescientifica, del linguaggio. Infatti nel De Vulgari il testo sarà definito non libellus ma opus, e la sua finalità è doctrinam tractare.

Più che di una palinodia si tratta di una scoperta teorica che interviene durante la stesura del Convivio. Le argomentazioni che, nel trattato italiano, immediatamente precedono l’annuncio del futuro libello sono infatti proprio quelle che abbiamo letto ora nel De Vulgari che spiegano le cause della invenzione della grammatica, e cioè la mutabilità del linguaggio che rende necessario uno strumento stabile, come il latino (I v 8-10):

 

Ché, primamente, [il volgare] non era subietto ma sovrano, e per nobilità e per vertù e per bellezza. Per nobilità, perché lo latino è perpetuo e non corruttibile, e lo volgare è non stabile e corruttibile. Onde vedemo nelle scritture antiche delle comedie e tragedie latine, che non si possono transmutare, quello medesimo che oggi avemo; che non aviene del volgare, lo quale a piacimento artificiato si transmuta. Onde vedemo nelle cittadi d’Italia, se bene volemo aguardare, da cinquanta anni in qua molti vocaboli essere spenti e nati e variati; onde se ‘l picciol tempo così transmuta, molto più transmuta lo maggiore. Sì ch’io dico che se coloro che partiro d’esta vita già sono mille anni tornassero alle loro cittadi, crederebbero la loro cittade essere occupata da gente strana, per la lingua da[lla] loro discordante. Di questo si parlerà altrove più compiutamente in uno libello ch’io intendo di fare, Dio concedente, di Volgare Eloquenza.

 

Mentre qui il requisito della nobiltà dipende dal tempo, per cui è più nobile ciò che dura di più, nel De Vulgari esso dipende dalla razionalità, per cui è più nobile ciò che è più razionale. La nuova prospettiva teorica, per cui la grammatica-scrittura implica non un incremento di razionalità del linguaggio, ma solo la sua estensione,  interviene dopo la stesura dei primi  trattati del Convivio e determina anche un cambio di lingua, rispetto al progetto originario: latino e non volgare perché si tratta di un’opera di ricerca scientifica originale e non di divulgazione. Maria Corti (1983, pp. 123-145) sostenne persuasivamente che il De Vulgari fu composto in un periodo successivo alla redazione dei primi tre trattati del Convivio e prima di scrivere il IV. E in effetti il quarto trattato del Convivio ha la struttura di una “quaestio de nobilitate”, cioè di un trattato filosofico al suo livello più alto, mentre i primi tre hanno un andamento più enciclopedico e divulgativo. È più che probabile, quindi,  che proprio nel De Vulgari maturi  una coscienza autoriale già dottrinale, sperimentata prima in latino e poi estesa al volgare nell’ultimo trattato del Convivio. La stessa idea di nobiltà, intorno a cui ruota il trattato, sembra implicare la superiore dignità della cultura laica e volgare già dimostrata nel trattato latino.

Fra gli argomenti che, nel primo del Convivio, vengono addotti per giustificare l’abbandono del latino come lingua letteraria e l’adozione del volgare, l’unico che faccia appello al razionalismo implicito nel linguaggio è quello che troviamo nel capitolo XI, uno “speziale capitolo” con il quale viene denunciata la infamia “de li malvagi uomini d’Italia che commendano lo volgare altrui e lo loro proprio dispregiano”. Delle cinque “abominevoli cagioni” che spingono gli Italiani a preferire le lingue altrui interessa qui la prima, e cioè la “cechitade di discrezione”. Il brano merita di essere analizzato con una certa attenzione:

I xi 3-10. Sì come la parte sensitiva dell’anima ha suoi occhi, colli quali aprende la differenza delle cose in quanto elle sono di fuori colorate, così la parte razionale ha suo occhio, collo quale aprende la differenza delle cose in quanto sono ad alcuno fine ordinate: e questo è la discrezione. E sì come colui che è cieco delli occhi sensibili va sempre secondo che li altri [...] così colui che è cieco dell’occhio della discrezione va sempre secondo che li altri] giudicando lo male e lo bene; [e sì come quelli che è cieco del lume sensibile [....], così quelli che è cieco del lume della discrezione sempre va nel suo giudicio secondo il grido, o diritto o falso; onde, qualunque ora lo guidatore è cieco, conviene che esso e quello, anche cieco, ch’a lui s’appoggia, vegnano a mal fine. Però è scritto che “‘l cieco al cieco farà guida, e così cadranno ambindue nella fossa”. Questa grida è stata lungamente contro a nostro volgare per le ragioni che di sotto si ragioneranno apresso di questa. E li ciechi sopra notati, che sono quasi infiniti, colla mano in sulla spalla a questi mentitori, sono caduti nella fossa della falsa oppinione, della quale uscire non sanno. Dell’abito di questa luce discretiva massimamente le populari persone sono orbate; però che, occupate dal principio della loro vita ad alcuno mestiere, dirizzano sì l’animo loro a quello per [la] forza della necessitate, che ad altro non intendono. E però che l’abito di vertude, sì morale come intellettuale, subitamente avere non si può, ma conviene che per usanza s’acquisti, ed ellino la loro usanza pongono in alcuna arte e a discernere l’altre cose non curano, impossibile è a loro discrezione avere. Per che incontra che molte volte gridano “Viva! [Viva!]” la loro morte, e “Muoia! Muoia!” la loro vita, pur che alcuno cominci; e questo è pericolosissimo difetto nella loro cechitade. Onde Boezio giudica la populare gloria vana, perché la vede sanza discrezione Questi sono da chiamare pecore, e non uomini; ché se una pecora si gittasse da una ripa di mille passi, tutte l’altre l’anderebbero dietro; e se una pecora per alcuna cagione al passare d’una strada salta, tutte l’altre saltano, eziandio nulla veggendo da saltare E io ne vidi già molte in uno pozzo saltare per una che dentro vi saltò, forse credendo saltare uno muro, non ostante che ‘l pastore, piangendo e gridando, colle braccia e col petto dinanzi [a esse] si parava.

Cieche, ossia non assistite dal lume della razionalità, sono le “populari persone” le quali, per il fatto di essere occupate in una qualunque attività lavorativa o professionale, si lasciano guidare da una falsa opinione circa la bellezza e l’utilità del proprio volgare, sottovalutate a vantaggio di lingue altrui (come potrebbero essere il provenzale e il francese, effettivamente usate in Italia da poeti e scrittori). Tali persone, quasi infinite di numero, come i ciechi del Vangelo o come un gregge di pecore, cadono ignare nella fossa mortale di questa “falsa oppinione”. L’appello alla razionalità del linguaggio è, qui, abbastanza estrinseco poiché non tocca, come nel De Vulgari, la natura espressiva o comunicativa del linguaggio. Ci sono, tuttavia, immagini che saranno riprese nel De Vulgari, ma utilizzate in modo significativamente distinto. Innanzitutto la cecità delle “populari persone”. Il trattato latino si apre proprio con questa immagine (I 1):

volentes discretionem aliqualiter lucidare illorum qui tanquam ceci ambulant per plateas, plerunque anteriora posteriora putantes [volendo in qualche modo illuminare il discernimento di quanti vagano come ciechi per le piazze, per lo più credendo di avere dietro le spalle quello che hanno davanti agli occhi].

È chiara, da un trattato all’altro, la ripresa del tema evangelico, ma si osservi come cambia l’atteggiamento dello scrittore: nel Convivio la cecità delle populari persone viene solo denunciata, nel De Vulgari, invece, Dante rivendica per sé e per l’opera che sta scrivendo la missione di illuminare e redimere chi brancola nel buio dell’ignoranza. Anche il finale del primo trattato del Convivio fa appello alla luce che traerà con sé il volgare:

I xiii. Questo sarà luce nuova, sole nuovo lo quale surgerà là dove l’usato tramonterà, e darà lume a coloro che sono in tenebre e in oscuritade per lo usato sole che a loro non luce.

Ma anche qui viene preannunciata una palingenesi oggettiva, di cui il poeta è solo banditore non autore. È evidente il salto di qualità che lo scrittore presume di aver realizzato all’altezza del De Vulgari: non si tratta più di divulgare o proclamare ma di illuminare, grazie ad una scoperta destinata a rivoluzionare la cultura linguistica dell’umanità. Il registro profetico del trattato latino si spiega facilmente con la fusione di filosofia e teologia che Dante ha imparato, come sempre, da Tommaso: come dimostra il dottore angelico il livello scientificamente più elevato coincide con quello teologicamente più ispirato.

È vero, d’altra parte, che anche nel brano del Convivio sui “malvagi uomini d’Italia” Dante allude a se stesso come a colui che è investito di una profetica missione redentiva. Lo vediamo nella immagine finale delle pecore che si buttano in un pozzo, “non ostante che ‘l pastore, piangendo e gridando, colle braccia e col petto dinanzi [a esse] si parava”. Non c’è dubbio che nel pastore Dante ha proiettato se stesso, la cui missione consiste appunto nell’aprire gli occhi degli Italiani, evitando che precipitino nell’abisso dell’ignoranza e delle lotte fratricide. Lo fa però in modo indiretto, forse allegorico. Nel De Vulgari, invece, la propria coscienza di auctor raggiunge i vertici della gerarchia del sapere. Non più “ai piedi di coloro che seggiono a la beata mensa”, egli è ora, semmai, il capotavola, che si accinge a dispensare ai dotti un sapere finora ignorato.

Il brano del Convivio ci mostra poi un ulteriore aspetto, di estremo rilievo nella teoria dantesca del linguaggio, accanto a quello filosofico e letterario, e cioè quello politico. La definizione di razionalità che Dante qui propone (cioè la capacità di vedere la differenza delle cose in quanto sono ad alcuno fine ordinate), tradotta nel suo contrario come cecità politica, significa la incapacità del popolo cittadino, diviso in arti e corporazioni, di vedere il bene comune e di subordinare ad esso gli interessi di parte: schiave del proprio egoismo corporativo, le “populari persone” non comprendono che ogni singolo mestiere ha senso e può sussistere esclusivamente nella impresa comune rappresentata dall’insieme della società civile, della quale il volgare è cemento unificante. La divisione sociale del lavoro, che a Firenze si è immediatamente proiettata negli ordinamenti politici del comune, cioè nel sistema delle Arti, e che quindi ha dato luogo agli endemici conflitti cittadini di cui lui stesso è stato vittima, ha come conseguenza la impossibilità di percepire i legami di solidarietà fra i gruppi, la convergenza dei singoli mestieri e degli interessi relativi ad un unico fine che è il benessere dalla città. L’acutezza del pensiero del poeta qui è, direi, clamorosa. Come ha fatto, o sta per fare, nella canzone Doglia mi reca e nel IV Trattato del Convivio, che denunciano gli effetti perversi della nuova economia monetaria sul tessuto comunitario, qui Dante denuncia gli effetti disgreganti di una economia che soggioga la politica, sostituendo gli interessi dei gruppi  al benessere comune. Sono intuizioni che nascono da motivazioni radicalmente personali, e cioè il feroce risentimento anticomunale degli anni dell’esilio, quando ogni possibilità di rientro a Firenze è preclusa, ma che colgono sul nascere le linee di tendenza della società moderna, che significano la liquidazione del modello solidaristico dello ‘status in ordine triplex’.

La condanna delle ‘populari persone’, accecate dalla parzialità e dall’egoismo dei mestieri, viene sollevata ad un piano mitico-teologico nel De Vulgari, dove l’episodio babelico è riletto proiettandovi l’esperienza comunale e la divisione in arti della cittadinanza. Il castigo divino della superbia umana non si limita a confondere la lingua dei costruttori della torre, ma segue esattamente i confini  dei diversi mestieri, in modo tale che ad ogni gruppo di operai resta un proprio linguaggio: la divisione sociale del lavoro, già bollata di ignoranza e cecità nel Convivio, viene ulteriormente condannata come effetto di perversione e superbia nel De Vulgari, che ne mette in evidenza le tendenze centrifughe sul piano del linguaggio, la cui tendenza alla modificazione e alla dispersione riflette la colpa, questa sì modernissima, della divisione sociale e politica del lavoro[11]. Rivelatore della prospettiva politica della teoria dantesca del linguaggio è il confronto fra l’interpretazione di Babele del De Vulgari (I vii 6-7) e quelle della General Estoria (1.43b24) e dello Speculum Historiale (24a):

 

D.V.E. Siquidem pene totum humanum genus ad opus iniquitatis coierat. Pars imperabant, pars architectabantur, pars muros moliebantur, pars amysibus regulabant, pars trullis linebant, pars scindere rupes, pars mari, pars terra vehere intendebant, partesque diverse diversis aliis operibus indulgebant, cum celitus tanta confusione percussi sunt, ut qui omnes una eademque loquela deserviebant ad opus, ab opere, multis diversificati loquelis, desinerent, et nunquam ad idem commertium convenirent. Solis etenim in uno convenientibus actu eadem loquela remansit: puta cunctis architectoribus una, cunctis saxa volventibus una, cunctis ea parantibus una; et sic de singulis operantibus accidit. Quot quot autem exercitii varietates tendebant ad opus, tot tot ydiomatibus tunc genus humanum disiungitur; et quanto excellentius exercebant, tanto rudius nunc barbariusque locuntur [E certo quasi tutto il genere umano si era mobilitato per l’iniqua impresa: chi dirigeva, chi progettava, chi tirava su i muri, chi li controllava con la livella, chi li intonacava con la cazzuola, chi badava a spaccar pietre, chi a trasportarle per mare e chi per terra, e altri si dedicavano a diverse altre operazioni; quando dal cielo furono colpiti da una tale confusione che, mentre prima lavoravano all’opera servendosi tutti di una sola e medesima lingua, ora, diversificati in tante lingue, dall’opera dovettero desistere, e non poterono mai più cooperare tutti alla stessa impresa. Infatti solo a quelli che lavoravano alla stessa operazione rimase una stessa lingua: per esempio una a tutti gli architetti, una a tutti quelli che rotolavano sassi, una a tutti quelli che li preparavano; e così accadde per quanti lavoravano alle singole operazioni. E quante erano le varie attività che concorrevano all’opera, in altrettanti idiomi in quel momento il genere umano si divide; e quanto più qualificata era l’attività, tanto più rozza e barbara è la lingua che ora parlano.

 

G.E. Onde dize Moysen en el onzeno capitulo queles partio Dios dauel logar por todas las tierras desta guisa: que quando ell uno demandaua ladriellos ell otro le daua bitumen, et quando ell otro pidie bitumen ell otrol aduzie agua, et quando ell otro dizie agua estel traye alguna delas ferramientas que y tenien o alguna otra cosa, de aguisa que nunca ell uno daua lo que ell otrol pidie, et quedaron de fazer la cibdad e la torre. Et por que fue alli mezclado e confondudo en muchos ell un lenguage que antes era de toda la tierra uno

 

S.H. Dominus autem linguas eorum confudit, ut unusquisque vocem alterius non intelligeret sed aquam petenti, lapides, vel aliud quicquam porrigeret, sicque cessantes a proposito per orbem tripartitum in diuersis regionibus secundum linguarum suarum varietates disseminati sunt.

 

Mentre per Alfonso X e Vincenzo di Beauvais il linguaggio ha una finalità innanzitutto denotativa, che consiste nella rappresentazione verbale delle cose, per Dante essa ne ha una innanzitutto comunicativa, che consiste nella manifestazione reciproca dei concetti. Per cui la confusione divina non altera il segno linguistico molecolarmente inteso, rompendo il suo rapporto semantico con gli oggetti,  ma il sistema nel suo complesso, che si moltiplica in funzione dei diversi gruppi di artigiani. Ciò che è straordinario è che Dante superi con una sola mossa intellettuale sia la concezione tradizionalmente lessicale del significato (per la quale “Nomina sunt consequentia rerum”), sia la antica dottrina politica dello “status in ordine triplex”, che non contempla la divisione sociale del lavoro e i conflitti civili che da essa sono generati, conflitti strutturali che rendono necessaria una sovranità di tipo globale (cioè prima il Regno poi l’Impero), capace di moderare il cieco e rapace egoismo dei gruppi professionali. Dal Convivio al De Vulgari Dante matura una visione del mondo in cui società civile basata sulla divisione del lavoro, stato moderno e lingua nazionale appaiono indissolubilmente vincolati e connessi l’uno all’altro.

 

 

Il superamento del dualismo diglossico: la Commedia

 

Uno degli aspetti più discussi e discutibili del De Vulgari è l’aspra condanna dei volgari municipali, cioè delle lingua materne, che gli scrittori italiani dovrebbero abbandonare per adottare lo stile più elevato. Si tratta di un tema svolto esclusivamente nel trattato latino, e che produce una ulteriore dicotomia rispetto al Convivio[12] .

Mentre nel Convivio l’amore nei confronti del volgare proprio è necessaria condizione morale per la sua difesa nei confronti del latino, nel De Vulgari il disprezzo nei confronti del volgare proprio è condizione di una razionale considerazione del linguaggio, e più avanti sarà, soprattutto, necessaria condizione morale per la elaborazione del volgare illustre. Indipendentemente dalla precoce intuizione di una situzione linguistica caratterizzata dalla opposizione lingua-dialetti, come effettivamente sarà quella italiana, ciò che colpisce di questa antitesi è che nel Convivio la nozione di lingua italiana appare molto meno conflittuale, al suo interno, di quella che invece domina nel De Vulgari. L’unica diglossia cui si allude è, come nella Vita Nuova, quella fra volgare e latino. Si prenda il famoso brano in cui viene evocata la situazione dell’esule ramingo fra le diverse zone della penisola Conv. I iii 4:

Poi che fu piacere delli cittadini della bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gittarmi fuori del suo dolce seno – nel quale nato e nutrito fui in fino al colmo della vita mia, e nel quale, con buona pace di quella, desidero con tutto lo core di riposare l’animo stancato e terminare lo tempo che m’è dato -, per le parti quasi tutte alle quali questa lingua si stende, peregrino, quasi mendicando, sono andato, mostrando contra mia voglia la piaga della fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata.

Notevolissima è qui l’idea di una lingua, quella in cui sta scrivendo, che afferisce ad un territorio sul quale essa si proietta in un nesso organico fra lingua letteraria (potenzialmente di un regno, cioè uno stato nazionale, dirà il De Vulgari) e geografia. Per questa estensione alla intera penisola del toscano in cui sta scrivendo, bisogna tener conto di due fenomeni che condizionano la percezione di Dante: il primo è la toscanizzazione dei testi siciliani, per cui egli leggeva i poeti di Sicilia non nel siciliano originario in cui furono scritti, ma nel rimaneggiamento toscano cui i testi furono sottoposti nel corso della loro trasmissione; il secondo è l’adozione del toscano da parte dei lirici bolognesi, e in particolare di Guinizzelli. La lingua in cui sta scrivendo gli appare, per ciò, non esclusiva di Firenze o della Toscana, ma estesa alla intera penisola. Ad essa attingono da sud a nord poeti che condividono non solo la lingua letteraria ma anche l’ideologia ad essa sottesa, in cui l’amore è, come abbiamo visto nella Vita Nuova, fonte di vita morale e di ispirazione poetica. Ciò che conta, però, è il fatto che questa lingua, per il fatto di essere panitaliana, non è, per questo, meno “congiunta con le più prossime persone, sì come con li parenti e con li propri cittadini e con la propria gente”. Essa si estende in modo uniforme sia sull’asse diastratico che su quello diatopico. Per il fatto di essere, o aspirare ad essere, lingua nazionale e di stato, non cessa di essere lingua materna. Quando gli scrittori italiani del 400, da Lorenzo de’ Medici a Masuccio Salernitano a Pulci, a Giovanni degli Arienti parlano di lingua materna, alludendo alla lingua in cui scrivono, aderiscono al modello teorico del Convivio, per il quale il concetto di lingua propria e materna include il livello alto e comune, cioè quello dell’italiano inteso come lingua letteraria (Pinto 1998). Nel De Vulgari tale modello viene, invece, ribaltato, e la nozione di lingua propria  e materna si identifica con il polo basso  e municipale, cioè con la lingua parlata. È interessante osservare come la scoperta del De Vulgari, nel 500, produca, all’interno del dibattito teorico,  uno spostamento di significato del concetto di lingua materna, che non è più la lingua letteraria comune, come per gli scrittori quattrocenteschi, e diventa senz’altro il dialetto locale, d’accordo con il modello diglossico del trattato latino. Al tendenziale monolinguismo volgare del Convivio si oppone dunque la diglossia volgare del De Vulgari.

 

Un accenno al superamento della diglossia credo però che si trovi anche nel trattato latino, quando del poeta lombardo Sordello da Goito, italiano che scrive in provenzale, si dice che

 

I xv 2. Tantus eloquentie vir existens, non solum in poetando sed quomodocumque loquendo patrium vulgare deseruit [il quale, da quell’uomo di alta eloquenza che era, abbandonò il volgare della sua patria non solo in poesia ma in qualunque forma di espressione].

 

Il senso del passo è controverso. È chiaro, però, che a proposito di Sordello viene postulata, come un merito conseguente alla sua alta eloquenza, l’identità di linguaggio, sia nella scrittura poetica che nella oralità. Pur trattandosi di un ulteriore argomento contro il volgare municipale (che Sordello abbandona in tutti i registri espressivi), il poeta mantovano rappresenterebbe un esempio soggettivo di realizzato monolinguismo, grazie al quale l’antagonismo scritto-parlato viene neutralizzato in virtù di un perfetto dominio dell’eloquenza.

Ma il superamento del paradigma diglossico si produce compiutamente solo nella Commedia, cioè in un testo che, presentandosi come una enciclopedia di stili e, in qualche misura, anche di lingue, è esempio in atto della transitabilità soggettiva di lingue e registri, che nel loro insieme rappresentano il repertorio dell’io, che liberamente seleziona, di volta in volta, quello più adeguato alle proprie esigenze espressive. Più in generale, si può dire che nella Commedia Dante neutralizza tutte le dicotomie che, relativamente al linguaggio, hanno articolato il suo pensiero. Più che di monolinguismo, converrà a parlare, perciò, di radicale relativismo, per il quale il linguaggio cessa di essere terreno di conflitto, mentale o politico. Un esempio clamoroso di relativismo, cioè di attraversamento soggettivo di lingue e registri è quello di Virgilio che, pur essendo rappresentante sommo della grammatica latina, non esita a rivolgersi in dialetto lombardo ad Ulisse. Un altro esempio ce l’abbiamo nel personaggio di Brunetto Latini, nel quale riaffiora la polemica contro i “malvagi uomini d’Italia” che disprezzano il volgare proprio, se, come credo con Pézard (1950), la sua sodomia è manifestazione di un atteggiamento contronaturale anche sul piano del linguaggio. Bisogna però osservare che Brunetto, autore di testi in volgare toscano oltre che in francese,  era stato coinvolto nella polemica del De Vulgari contro il municipalismo poetico toscano

I xiii 1. Brunectum Florentinum, quorum dicta, si rimari vacaverit, non curialia sed municipalia tantum invenientur [Brunetto latini i cui versi, se ci sarà spazio per frugarci dentro, si riveleranno non cuariali ma solo municipali]

per cui grava su di lui una doppia condanna: relativamente al volgare proprio, per aver usato un volgare altrui, e relativamente al volgare illustre, per aver usato un volgare municipale. Ebbene l’episodio dell’Inferno, pur nel quadro della condanna morale della sodomia, ne riscatta l’immagine e la memoria su entrambi i piani, come intellettuale fiorentino, per aver insegnato a Dante, col suo magistero, “come l’uom s’etterna”, e come scrittore di un opera in lingua francese “il mio Tesoro”. La palinodia, rispetto alle condanne dei due trattati, non potrebbe essere più clamorosa!

E clamorosa è anche la ritrattazione, rispetto alla lingua materna, che leggiamo nell’episodio di Arnaut Daniel (Purg. XXVI), che deve il suo primato al fatto di essere “il miglior fabbro del parlar materno”, espressione nella quale la lingua propria e materna viene riabilitata contro la condanna che abbiamo appena visto del De Vulgari. L’immagine del fabbro, infatti, ricorda da vicino quella che Dante utilizza, in Conv. I xiii 4, per dimostrare che il volgare proprio fu “cagione del suo essere”:

 

Questo mio volgare fu congiugnitore de li miei generanti, che con esso parlavano, sì come ‘l fuoco è disponitore del ferro al fabbro che fa lo coltello; per che manifesto è lui essere concorso a la mia generazione, e così essere alcuna cagione del mio essere.

 

Ma non è solo una rivalutazione della lingua materna. Il fatto che Guinizzelli e Arnaut si presentino assieme, nella cornice dei lussuriosi, ustionati da un incendio come i sodomiti dalla pioggia di fuoco, nell’Inferno, evoca una ideale genealogia della lirica in volgare di cui Dante si sente erede ed elimina qualunque sospetto di antagonismo fra lingua propria e lingua altrui, almeno nell’ambito del dominio romanzo che già nella Vita Nuova appariva come una unica tradizione lirica.

Ed arriviamo finalmente alle terzine pronunciate da Adamo in Par. XXVI, che rappresentano il punto di arrivo della riflessione linguistica di Dante e nelle quali la neutralizzazione dei dualismi teorici e diglossici viene solennemente teorizzata:

 

Tu vuogli udir… / l’idïoma ch’usai e ch’io fei…

La lingua ch’io parlai fu tutta spenta

innanzi che all’ovra inconsummabile

fosse la gente di Nembròt attenta;

ché nullo effetto mai razïonabile,

per lo piacere uman che rinovella

seguendo il cielo, sempre fu durabile.

Opera naturale è ch’uom favella;

ma così o così, natura lascia

poi fare a voi secondo che v’abbella.

pria ch’i’ scendessi all’infernale ambascia,

I s’appellava in terra il sommo bene

onde vien la letizia che mi fascia;

e El si chiamò poi: e ciò convene,

ché l’uso dei mortali è come fronda

in ramo, che sen va, e altra vène.

 

Il passo ha attirato l’attenzione degli studiosi soprattutto per la palinodia relativa al mito dell’ebreo come lingua sacra ed immutata, ed al mito di Babele come origine della proliferazione delle lingue, entrambi sacrificati all’idea della integrale storicità del linguaggio umano, che fin dal principio è iscritto sotto il segno del mutamento. Nel quadro della presente riflessione, però, sono altri i punti prevalenti di interesse, e cioè quelli che alludono ad una riduzione dei dualismi e ad una concezione del linguaggio che ne fa un prodotto e un effetto della libertà umana. Si osservi innanzitutto che Adamo parla del linguaggio che usò e che fece. Le due espressioni rinviano ai due concetti antagonistici dell’uso e dell’arte, cioè del volgare e della grammatica, qui finalmente unificati nella prospettiva di un soggetto che usa e fa la lingua, e che quindi detiene sia le risorse della espressione (la parole, diremmo saussurianamente) sia le regole della grammatica (ossia la langue). Adamo non ha ricevuto la lingua né da una nutrice né da Dio, l’ha semplicemente prodotta, così come produce, in quanto umano, gli strumenti che sono necessari alla sua esistenza. Fabbro, quindi, come Arnaut Daniel, ma in un senso più radicale, perché la lingua che lui fabbrica non gli preesiste come volgare proprio e materno, ma bensì lo crea, si direbbe, dal nulla. Ecco allora il colpo di scena che abbatte con una audace mossa teorica tutti  i dualismi faticosamente affrontati nelle opere precedenti: la natura è responsabile non delle lingue (in qualunque senso considerate, gli idiomi e i volgari del De Vulgari) ma semplicemente della facoltà di linguaggio, cioè la locutio del De Vulgari, la capacità articolatoria che fa dell’essere umano un soggetto parlante. Ma “così o così”, cioè il fatto che parli in questa lingua o quell’altra, in un registro elevato e formale oppure in uno spontaneo e informale, tutto ciò dipende interamente dalle scelte dei parlanti, che cambiano lingua e registri in funzione di scelte radicalmente libere. Tale concetto della arbitrarietà linguistica si iscrive certo nell’orizzonte teorico del convezionalismo aristotelico, ed anzi la fonte più diretta di Dante sembra, ancora una volta, il commento di Tommaso al Perihermeneias, in cui leggiamo:

 

De interpretatione, lib. 1 l. 6 n. 8. Aristoteles dicit quod omnis oratio est significativa, non sicut instrumentum virtutis, scilicet naturalis: quia instrumenta naturalia virtutis interpretativae sunt guttur et pulmo, quibus formatur vox, et lingua et dentes et labia, quibus litterati ac articulati soni distinguuntur; oratio autem et partes eius sunt sicut effectus virtutis interpretativae per instrumenta praedicta. Sicut enim virtus motiva utitur naturalibus instrumentis, sicut brachiis et manibus ad faciendum opera artificialia, ita virtus interpretativa utitur gutture et aliis instrumentis naturalibus ad faciendum orationem. Unde oratio et partes eius non sunt res naturales, sed quidam artificiales effectus.

 

Ma, pur nel solco nella teoria tomista del linguaggio, Dante innova e ridefinisce i concetti. Infatti la libertà espressiva che Adamo rivendica, per sé e per l’umanità, è una libertà innanzitutto estetica, quindi relativamente poco soggetta perfino alle determinazioni sociali o politiche. Ce ne accorgiamo attraverso il verbo che Dante utilizza per indicare questa radicale libertà dei parlanti: “secondo che v’abbella”, non secondo i bisogni e le necessità, ma secondo il puro principio del piacere, quello che si esalta al massimo grado nell’esercizio della poesia, che di nuovo appare come la principale delle istituzioni del linguaggio umano, ma non più in quanto legata alla formazione dello stato nazionale, come nel De Vulgari, ma semplicemente in quanto dimensione primordiale della libertà del soggetto. Il verbo abbella è provenzalismo che Dante aveva usato nella parlata, in provenzale, di Arnaut Daniel, in Purg. XXVI, in una espressione, Tant m’abellis vostre cortes deman, che è citazione da un incipit di Folchetto da Marsiglia. Al termine di un periplo in cui ha attraversato tutti i saperi alla ricerca delle origini e delle funzioni del linguaggio, Dante scopre ciò che fin dal principio aveva intuito, e cioè che al di là delle dicotomie, che irrazionalmente frantumano in istanze contrapposte il linguaggio umano, il territorio in cui esso si rivela come l’autentico ed esclusivo territorio della libertà del soggetto, è l’esercizio della poesia.

 

____________________

 

        Bibliografia

 

Alessio 1993

Gian Carlo Alessio, Tradizione latina e origini romanze, in Manuale di letteratura italiana. Storia per generi e problemi, 1, Bollati-Boribghieri, Torino, pp. 3-44.

 

Corti 1978

Maria Corti, Il viaggio testuale. Le ideologie e le strutture semiotiche, Einaudi, Torino.

 

Corti 1982

Maria Corti, Dante a un nuovo crocevia, Le Lettere, Firenze.

 

Corti 1983

Maria Corti, La felicità mentale. Nuove prospettive per Cavalcanti e Dante, Einaudi, Torino.

 

De Libera 1996

Alain de Libera, La querelle des universaux, Seuil, Paris.

 

Lo Piparo 1986

Franco Lo Piparo, Sign and Grammar in Dante. A Non-Modistic Laguage Theory, in The History of linguistics in Italy (ed. Paolo ramat et al.), John Benjamins Publishing Company, Amsterdam/Philadephia.

 

Manacorda 1914 (1980)

Giuseppe Manacorda, Storia della scuola in Italia. Il medio evo, Le Lettere, Firenze.

 

Mengaldo 1965

Pier Vincenzo Mengaldo, v. Gramatica, Enciclopedia Dantesca.

 

 

Panaccio 1999

Claude Panaccio, Le discours intérieur de Platon à Guillaume d’Ockham, Seuil, Paris.

 

Pezard 1950

André Pezard, Dante sous la pluie de feu, Vrin, Paris.

 

Pinto 1998

La donna come alterità linguistica  in La rappresentazione dell’altro nei testi del Rinascimento,  a cura di Sergio Zatti, Pacini-Fazzi, Lucca, 1998, pp. 13-32.

 

Rosier-Catach 2011

Irène Rosier-Catach (a cura di ), D. A., De l’èloquence en vulgaire, fayard.

 

Tavoni 2011

Mirko Tavoni (a cura di), De Vulgari Eloquentia, in Dante, Opere, I, Mondadori, Milano.

____________________

Note

[1] Il brano interessa soprattutto per la teoria cosmologica di Dante, che qui, relativamente alle macchie lunari, adduce argomenti di tipo fisico-quantitativo mentre in Par. II addurrà principi di ordine metafisico-qualitativo. Per quanto riguarda la teoria grammaticale, contrariamente alla linea principale della sua ricerca, nella quale la grammatica si identifica con il latino lingua artificiale e inalterabile, qui “si postula una fluttuazione nell’uso, che riguarda non solo il vocabolario ma anche la sintassi e la morfologia, e che la grammatica riflette “ (Mengaldo 1965).

[2] Sulla diglossia strutturale della cultura medievale si veda Alessio 1993.

[3] “In lingua enim Latina quae una est, sunt multa idiomata. Substancia enim ipsius lingue consistit in hiis in quibus communicant clerici et litterati omnes. Idiomata vero sunt multa secundum multitudinem nacionum utencium hac lingua. Quia aliter in multis pronunciant et scribunt ytalici, et aliter gallici, et aliter teutonici, et eliter anglici, et ceteri” [Nella lingua latina, che è una sola, esistono molti idiomi. La sostanza di questa lingua consiste in quello che i chierici e tutti i letterati utilizzano per comunicare. Gli idiomi, in verità, sono molti a seconda delle diverse nazioni che utilizzano questa lingua, perché in un modo la pronunciano e scrivono gli italiani, in un altro gli spagnoli, in un altro i francesi, in un altro i tedeschi, in un altro ancora gli inglesi] (Summa gramatica; il brano è citato e commentato, con altri della stessa epoca, in Alessio 1993, pp. 18-25).

[4] Di particolare rilievo, perché l’ottica è misogina, queste osservazioni del Corbaccio sull’immaginario romanzesco-sessuale delle donne: “Ella s’usa nelle camere, ne’ nascosi luoghi, ne’ letti e negli altri simili luoghi acconci a ciò, dove, senza corso di cavallo o suon di tromba di rame, alle giostre si va a pian passo; e colui tiene ella che sia o vuoi Lancelotto, o vuogli Tristano, o Orlando o Ulivieri, di prodezza, la cui lancia per sei o otto aringhi o per dieci in una notte non si piega in guisa che poi non si drizzi”.

[5] Sul concetto di lingua materna rinvio a Pinto 1998.

[6] Sul concetto di lingua materna nel dibattito italiano cinqucentesco, rinvio a Pinto 1998.

[7] (I i)   locutio secundaria … quam Romani gramaticam vocaverunt. Hanc quidem secundariam Greci habent et alii, sed non omnes. Ad habitum vero huius pauci perveniunt, quia non nisi per spatium temporis et studii assiduitatem regulamur et doctrinamur in illa [un linguaggio di secondo grado,  che i romani hanno chiamato grammatica. Questo linguaggio di secondo grado lo possiedono i greci e altri popoli, ma non tutti: pochi infatti arrivano a padroneggiarlo, dato che non riusciamo a farne nostre le regole a divenirne esperti se non col tempo e attraverso uno studio assiduo].

 

[8] Negli atti del  concilio lateranense del 1215 si prescrive che un maestro “clericos eiusdem ecclesiae aliosque scholares pauperes gratis instrueret in grammaticae facultate ac aliis”. Il testo è citato in Manacorda 1913. Lo studio di Manacorda è estremamente interessante anche per altri aspetti. In particolare, lo storico mette bene in luce da una parte il monopolio dell’istruzione perseguito con successo dalla chiesa a partire dal papa Gregorio VII, dall’altra il diffuso peccato di simonia consistente nell’infeudamento della “licentia docendi”, contro cui Dante scaglia il suo anatema in Conv. I IX. Attualissime e pienamente vigenti sono le conclusioni dello studioso relativamente a Dante e al suo rapporto con la cultura clericale: “Dante, pio e devoto, che s’india nei cieli, Dante dotto, filosofo e teologo, benché laico, Dante cittadino, ecco l’uomo che compendia gli effetti di una politica scolastica, opera costante della Chiesa. Ma rugge nell’animo religioso di Dante un fiero spirito civile ed antipapale; è un segnale dei tempi nuovi! La borghesia, il laicato, vorrà ora una scuola sua, e l’avrà, contrapponendola a quella chiesastica, d’onde esso medesimo è uscito”.

[9] Cfr. De Libera 1996, pp. 273-276 e Panaccio 1999, pp. 179-186.

[10] Mirko Tavoni l’ha messa in evidenza in relazione, fra l’altro, alla definizione di segno linguistico, in De Vulgari I iii 3, nella quale il segno viene concepito non come elemento nucleare della lingua ma come locutio, cioè linguaggio: “Hoc equidem signum est ipsum subiectum nobile de quo loquimur: nam sensuale quid est, in quantum sonus est; rationale vero, in quantum aliquid significare videtur ad placitum” [Questo segno è precisamente il soggetto nobile di cui parliamo: il quale, infatti, è qualcosa di sensibile in quanto è suono, ed è qualcosa di razionale in quanto, evidentemente, significa in modo arbitrario]. Leggiamo, per esempio, nel De veritate (9 4 4): “Omnis locutio es per aliquod signum” e nel commento alle Sentenze (Super sententiis II, 11 2 3 2): “in omni locutione oportet esse aliquod signum, quod mentis occultum conceptum exprimat”.

 

[11] Anche su questo punto è illuminante la lettura di Maria Corti (1978, pp. 243-256).

[12] Si confrontino questi due brani:

Convivio, I xii 1-1. Se manifestamente per le finestre d’una casa uscisse fiamma di fuoco, e alcuno dimandasse se là dentro fosse il fuoco, e un altro rispondesse a lui di sì, non saprei bene giudicare qual di costoro fosse da schernire [di] più. E non altrimenti sarebbe fatta la dimanda e la risposta di colui e di me, chi mi domandasse se amore alla mia loquela propia [sia] in me e io li rispondesse di sì, apresso le sù proposte ragioni. Ma tuttavia, e a mostrare che non solamente amore ma perfettissimo amore di quella è in me, ed a biasimare ancora li suoi aversarii ciò mostrando a chi bene intenderà, dirò come a lei fui fatto amico e poi come l’ amistà è confermata.

De Vulgari I vi 2. In hoc, sicut etiam in multis aliis, Petramala civitas amplissima est, et patria maiori parti filiorum Adam. Nam, quicunque tam obscene rationis est ut locum sue nationis delitiosissimum credat esse sub sole, hic etiam pre cunctis proprium vulgare licetur, idest maternam locutionem, et per consequens credit ipsum fuisse illud quod fuit Ade.