DALLA PLAÇA DE CATALUNYA, Raffaele Pinto

 

Aquest article ha estat publicat al web de Popolo viola. Quaderns de Lavínia no es pot desentendre del que està passant a Lavínia ciutat:

Mentre la televisione va snocciolando i primi parziali delle elezioni amministrative celebrate oggi (seggi chiusi alle h. 20), alle h. 21 nella piazza principale delle città spagnole comincia il suono assordante delle “cacerolas” (pentole e tegami usati come strumenti a percussione), con cui il popolo degli “indignados” manifesta la propria indignazione contro una classe politica giudicata corrotta e/o inetta. Mentre i rappresentanti del partito socialista intonano il “de profundis” per la clamorosa batosta elettorale (fra le altre, persa Barcellona e in nettissima minoranza a Madrid, già della destra), Plaza de Catalunya e Puerta del Sol, e le piazze simbolo di tante altre città, si riempiono di cittadini che festosamente gridano la loro ripugnanza nei confronti di un sistema politico percepito come strumento di dominio e sfruttamento al servizio del grande capitale (contestualmente, hanno elevato sugli altari l’Islandia, per le riforme costituzionali e i processi ai banchieri, e Wikileaks, per le rivelazioni sui panni sporchi della politica mondiale).  In barba alle leggi spagnole, che logicamente proibiscono manifestazioni durante le elezioni, i cittadini si accampano nelle piazze-simbolo delle città e organizzano seminari, dibattiti e assemblee su tutti i temi della vita civile in piena giornata eletterale. Il ministro abbozza e la polizia sta a guardare, magari fraternizzando con gli accampati.

In mezzo al frastuono della “cacerolada” ogni tanto  si sente il botto di un mortaretto, o una melodia strimpellata da un gruppetto di musicisti. Flashes e telecamere dovunque. Facce sorridenti. Turisti e mamme con carrozzino. Lungo tutta la circonferenza della Plaza de Catalunya, bancarelle con volantini (ogni commissione ne ha una ed è monograficamente  dedicata ad un tema: casa, disoccupazione, etica etc.). In alto, ben visibile, il programma della giornata: conferenze, seminari, spettacoli, pasti. Alle 21,30 assemblea generale. I comunicati alla stampa vengono diffusi da numerosi portavoce che si vanno alternando, per evitare che si creino leaders. Si decide di andare avanti con l’accampamento-occupazione ancora per una settimana. Su un grande planisfero bandierine colorate indicano i luoghi in cui è arrivata l’onda spagnola del 15 Maggio: l’Italia ne è piena!

Colpisce la sincronia degli avvenimenti: la sinistra parlamentare che crolla, la protesta cittadina che si espande e rafforza. La pessima gestione della crisi economica, e soprattutto l’essersi piegato davanti ai boss dell’Unione Europea, che l’anno scorso pretesero dalla Spagna sacrifici disumani, sono costati al capo del governo socialista, Rodriguez Zapatero, la rinuncia alla ricandidatura (l’anno prossimo si vota per le politiche) e la sconfitta elettorale di oggi. Se forse è prematuro parlare di un decentramento spagnolo dei luoghi destinati alla politica, è chiaro però che almeno una “certa” politica, cioè quella di difesa e resistenza contro l’arroganza del potere economico, ha abbandonato le sedi dei partiti e si è trasferita nelle strade. La spazio urbano ridiventa così “piazza”, come nella migliore tradizione  mediterranea, cioè spazio vitale di incontro e scambio fra persone, di autentica socializzazione.

Ci si chiede, qui, se e quanto durerà il movimento del 15 M. Si può plausibilmente avanzare una ipotesi: finché la crisi economica non verrà risolta e finché una intera generazione si vedrà priva di prospettive di futuro, sarà molto difficile per qualunque partito recuperare  nella cittadinanza rispetto e credibilità. È questo vuoto che il movimento riempie.

Intanto, nelle commissioni che sulla circonferenza della piazza dibattono temi monografici, una questione preoccupa invariabilmente gli assistenti (varie diecine, seduti per terra in circolo, con un microfono che dal centro raggiunge di volta in volta gli oratori): come evitare che le proposte particolari formulate ed approvate nella commissione vengano poi soffocate nella confusione della assemblea generale, che senza un ordine del giorno dà spazio a tutti quelli che vogliono intervenire. La questione procedurale definisce preliminarmente la direzione idologica e politica del movimento: spontaneismo vs. organizzazione; disgregazione e ricchezza di iniziative vs. centralizzazione e direzione unificata. L’osservatore italiano di passaggio, non giovanissimo, ricorda analoghi dibattiti di altri tempi nel suo paese.

Per ora vince la spontaneità, e si va alla assemblea generale senza canovacci predeterminati. La cacerolada questa notte è stata in parte risparmiata ai passanti e agli avventori delle vicine Ramblas perché al suo posto c’è stato un concerto di Julian Marley, che ha cantato canzoni di suo padre. Si parte con gli interventi. Una ragazza messicana saluta gli “indignados” e riferisce su analoghe iniziative del suo paese; un ragazzo di Balaguer (provincia di Lleida) riferisce a sua volta sul resto della Catalogna, prima in catalano e poi in spagnolo (“per evitare che la gente chieda al vicino cosa ha detto”). Un altro, con voce leggermente alterata dall’alcool, dopo qualche frase in prosa comincia a cantare; la protesta è generale: “que no vuelva, que no vuelva” (non fatelo tornare). Il seguente propone la creazione di una “comisión del corazón” (commissione del cuore) che canalizzi le empatie del movimento. Poi, finalmente, proposte di iniziative concrete: grande sciopero ‘immaginativo’ e marcia unitaria per la prossima settimana, presidio degli accessi al Parlament de Catalunya (l’equivalente di un nostro Palazzo della Regione), ritiro del danaro depositato nelle banche. E poi una scadenza immediata: sabato prossimo, finale della Champions, in cui il Barça si gioca il titolo con il Manchester. È tradizione, infatti, che i tifosi celebrino le vittorie della loro squadra presso la mitica fontana di Canaletas, che si trova nella confluenza delle Ramblas con la Plaza de Catalunya   (e che rappresenta un amato punto di ritrovo dei barcellonesi per ogni convegno affettivo, pubblico o privato). Ed è tradizione, anche, che i festeggiamenti si concludano con simboliche distruzioni di arredamento urbano (vetrine di negozi, sportelli bancomat, panchine etc.). In occasione di grandi eventi sportivi (come quello di sabato prossimo), la polizia occupa tutta la zona (compresa la piazza) per evitare tali intemperanze. L’oratore avverte l’assemblea del pericolo che corre l’accampamento, perché sabato la polizia (i catalani “moços de esquadra”) potrebbe usare la scusa della partita per sgombrarla. In effetti anche a Madrid temono un prossimo sgombero di Puerta del Sol. Staremo a vedere.

Mentre abbandono la postazione scambio qualche frase con Jordi, barcellonese che vive a Berlino ed è tornato per vedere cosa succede nella sua città. Mi racconta dei Verdi tedeschi, della piccola rivoluzione che c’è stata lì, così simile a questa. Ma in Germania sono organizzati, hanno un partito. Questi invece rifutano ogni tipo di gerarchia e disciplina. Certo, la rabbia c’è e la volontà pure… “Vedi tutta questa gente? Sono un esercito. Quando troverà i suoi leaders entrerà in azione!”

Raffaele Pinto insegna Letteratura italiana nella Universitat de Barcelona