ENGANY, per Rosa Delor

Teclejava amb rapidesa mirant d’adaptar amb fidelitat aquell francès impol·lut a l’altre so, a l’altre color.Les imatges fulguraven com fotogrames en la seva ment:

Elle frémissait, en soulevant de son haleine le papier de soie des gravures, qui se levait à demi plié et retombait doucement contre la page. C’était, derrière la balustrade d’un balcon, un jeune homme en court manteau qui serrait dans ses bras une jeune fille en robe blanche, portant une aumônière à sa ceinture ; ou bien les portraits anonymes des ladies anglaises à boucles blondes, qui, sous leur chapeau de paille rond, vous regardent avec leurs grands yeux clairs.

Somreia, quanta ingenuïtat traspuava… cercava aumônière: escorsella? no ve… segurament s’han equivocat, a veure… escarsell, sí… bosseta que es portava penjant de la cintura… a veure el Moll… de cuiro o de roba… ep! peça d’armadura que cobria de la cinta fins a la cuixa… Què faig? ho deixo així o trio? bossa de cuir no té… o potser sí, una bossa de cuir fa pensar en el sexe masculí, també l‘arma-dura, que faig? Què pensava Flaubert? Ho deixo en escarsell, ja s’ho buscaran… Ingenuïtat? no tanta, potser…

Et l’abat-jour du quinquet, accroché dans la muraille au-dessus de la tête d’Emma, éclairait tous ces tableaux du monde, qui passaient devant elle les uns après les autres, dans le silence du dortoir et au bruit lointain de quelque fiacre attardé qui roulait encore sur les boulevards.

Portaven quinze anys de tranquil matrimoni. Professors tots dos, menaven una plàcida existència entre llibres i amables discussions literàries. S’estimaven. I molt. Cap dels dos mai no havia fantasiejat sobre la idea de tenir una aventura extramatrimonial. Senzillament, es respectaven. Es respectaven i s’estimaven molt. Només hi havia un petit dubte  que enterbolia aquella pau mirífica, i era que ella sentia que pesaven molt els set anys de diferència que li portava al seu marit. Ell no n’havia fet mai cas, d’això, però, ella s’ho vivia amb sentits de culpa. No s’ho acabava de creure que  aquest detall (detall?) no li importés. I com més el temps passava, més creixia aquest sentiment. Ella es contemplava al mirall i descobria arrugues intruses que li amargaven l’existència. No podia ser que ell la desitgés amb deu quilos sobrers que havia anat acumulant al llarg del temps, els cabells grisos, les cames pesades, les espatlles en derrota. Ella, en el seu lloc, no hauria sentit ni gota de desig per una dona així.

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DALLA PLAÇA CATALUNYA (2), Raffaele Pinto

La giornata di ieri (giovedì) è stata interamente dedicata a discutere la questione della partita di Champions che domani (sabato) il Barça gioca con il Manchester. La polizia potrebbe usare questa scusa (cioè il timore degli incidenti che  i “boixos nois” -l’ala più inquieta della tifoseria del Barça- a volte provocano dopo le vittorie della squadra) per occupare la piazza e le vie adiacenti.

I timori si sono materializzati stamattina, quando la polizia è entrata nel centro della piazza cacciando via gli accampati, e lasciando entrare i furgoni della nettezza urbana che hanno portato via bancarelle e tende. Gli indignados (molte centinaia) si sono però riaggruppati sulla circonferenza della piazza , muso a muso con i poliziotti, gridando i loro slogan (p. es.: El pueblo unido jamás será vencido) ed ogni tanto cercando di rompere il cordone per raggiungere il centro, con inseguimenti e manganellate, proiettili di gomma e varie diecine di ferite.

Da Puerta del Sol (Madrid) convocata manifestazione per questo pomeriggio in solidarietà con Barcellona. Lì temono di venire sloggiati per motivi di igiene (gli argomenti che usa la destra per esigere dal governo l’intervento della polizia).

A Barcellona lo sfondamento definitivo c’è stato pochi minuti fa (h. 13), quando il centro della piazza è stato rioccupato dai dimostranti, e gli scontri si verificano ora attorno alla piazza: furgoni e sirene, la polizia che carica e bastona, mani e volti insanguinati. Comportamento disuguale, e un po’ isterico, delle reti televisive.

Sembra che ora (13,30) la polizia si ritiri, forse perché un altro gruppo di manifestanti ha taglito la via Diagonal, dall’altra parte della città. Qui la piazza è di nuovo occupata completamente dai manifestanti, che rimontano le loro tende.

Oggi la piazza vince. Ma sulla città aleggia una domanda: cosa succederà domani sera, quando Viktor Kassai fischierà la fine della partita?

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DALLA PLAÇA DE CATALUNYA, Raffaele Pinto

 

Aquest article ha estat publicat al web de Popolo viola. Quaderns de Lavínia no es pot desentendre del que està passant a Lavínia ciutat:

Mentre la televisione va snocciolando i primi parziali delle elezioni amministrative celebrate oggi (seggi chiusi alle h. 20), alle h. 21 nella piazza principale delle città spagnole comincia il suono assordante delle “cacerolas” (pentole e tegami usati come strumenti a percussione), con cui il popolo degli “indignados” manifesta la propria indignazione contro una classe politica giudicata corrotta e/o inetta. Mentre i rappresentanti del partito socialista intonano il “de profundis” per la clamorosa batosta elettorale (fra le altre, persa Barcellona e in nettissima minoranza a Madrid, già della destra), Plaza de Catalunya e Puerta del Sol, e le piazze simbolo di tante altre città, si riempiono di cittadini che festosamente gridano la loro ripugnanza nei confronti di un sistema politico percepito come strumento di dominio e sfruttamento al servizio del grande capitale (contestualmente, hanno elevato sugli altari l’Islandia, per le riforme costituzionali e i processi ai banchieri, e Wikileaks, per le rivelazioni sui panni sporchi della politica mondiale).  In barba alle leggi spagnole, che logicamente proibiscono manifestazioni durante le elezioni, i cittadini si accampano nelle piazze-simbolo delle città e organizzano seminari, dibattiti e assemblee su tutti i temi della vita civile in piena giornata eletterale. Il ministro abbozza e la polizia sta a guardare, magari fraternizzando con gli accampati.

In mezzo al frastuono della “cacerolada” ogni tanto  si sente il botto di un mortaretto, o una melodia strimpellata da un gruppetto di musicisti. Flashes e telecamere dovunque. Facce sorridenti. Turisti e mamme con carrozzino. Lungo tutta la circonferenza della Plaza de Catalunya, bancarelle con volantini (ogni commissione ne ha una ed è monograficamente  dedicata ad un tema: casa, disoccupazione, etica etc.). In alto, ben visibile, il programma della giornata: conferenze, seminari, spettacoli, pasti. Alle 21,30 assemblea generale. I comunicati alla stampa vengono diffusi da numerosi portavoce che si vanno alternando, per evitare che si creino leaders. Si decide di andare avanti con l’accampamento-occupazione ancora per una settimana. Su un grande planisfero bandierine colorate indicano i luoghi in cui è arrivata l’onda spagnola del 15 Maggio: l’Italia ne è piena!

Colpisce la sincronia degli avvenimenti: la sinistra parlamentare che crolla, la protesta cittadina che si espande e rafforza. La pessima gestione della crisi economica, e soprattutto l’essersi piegato davanti ai boss dell’Unione Europea, che l’anno scorso pretesero dalla Spagna sacrifici disumani, sono costati al capo del governo socialista, Rodriguez Zapatero, la rinuncia alla ricandidatura (l’anno prossimo si vota per le politiche) e la sconfitta elettorale di oggi. Se forse è prematuro parlare di un decentramento spagnolo dei luoghi destinati alla politica, è chiaro però che almeno una “certa” politica, cioè quella di difesa e resistenza contro l’arroganza del potere economico, ha abbandonato le sedi dei partiti e si è trasferita nelle strade. La spazio urbano ridiventa così “piazza”, come nella migliore tradizione  mediterranea, cioè spazio vitale di incontro e scambio fra persone, di autentica socializzazione.

Ci si chiede, qui, se e quanto durerà il movimento del 15 M. Si può plausibilmente avanzare una ipotesi: finché la crisi economica non verrà risolta e finché una intera generazione si vedrà priva di prospettive di futuro, sarà molto difficile per qualunque partito recuperare  nella cittadinanza rispetto e credibilità. È questo vuoto che il movimento riempie.

Intanto, nelle commissioni che sulla circonferenza della piazza dibattono temi monografici, una questione preoccupa invariabilmente gli assistenti (varie diecine, seduti per terra in circolo, con un microfono che dal centro raggiunge di volta in volta gli oratori): come evitare che le proposte particolari formulate ed approvate nella commissione vengano poi soffocate nella confusione della assemblea generale, che senza un ordine del giorno dà spazio a tutti quelli che vogliono intervenire. La questione procedurale definisce preliminarmente la direzione idologica e politica del movimento: spontaneismo vs. organizzazione; disgregazione e ricchezza di iniziative vs. centralizzazione e direzione unificata. L’osservatore italiano di passaggio, non giovanissimo, ricorda analoghi dibattiti di altri tempi nel suo paese.

Per ora vince la spontaneità, e si va alla assemblea generale senza canovacci predeterminati. La cacerolada questa notte è stata in parte risparmiata ai passanti e agli avventori delle vicine Ramblas perché al suo posto c’è stato un concerto di Julian Marley, che ha cantato canzoni di suo padre. Si parte con gli interventi. Una ragazza messicana saluta gli “indignados” e riferisce su analoghe iniziative del suo paese; un ragazzo di Balaguer (provincia di Lleida) riferisce a sua volta sul resto della Catalogna, prima in catalano e poi in spagnolo (“per evitare che la gente chieda al vicino cosa ha detto”). Un altro, con voce leggermente alterata dall’alcool, dopo qualche frase in prosa comincia a cantare; la protesta è generale: “que no vuelva, que no vuelva” (non fatelo tornare). Il seguente propone la creazione di una “comisión del corazón” (commissione del cuore) che canalizzi le empatie del movimento. Poi, finalmente, proposte di iniziative concrete: grande sciopero ‘immaginativo’ e marcia unitaria per la prossima settimana, presidio degli accessi al Parlament de Catalunya (l’equivalente di un nostro Palazzo della Regione), ritiro del danaro depositato nelle banche. E poi una scadenza immediata: sabato prossimo, finale della Champions, in cui il Barça si gioca il titolo con il Manchester. È tradizione, infatti, che i tifosi celebrino le vittorie della loro squadra presso la mitica fontana di Canaletas, che si trova nella confluenza delle Ramblas con la Plaza de Catalunya   (e che rappresenta un amato punto di ritrovo dei barcellonesi per ogni convegno affettivo, pubblico o privato). Ed è tradizione, anche, che i festeggiamenti si concludano con simboliche distruzioni di arredamento urbano (vetrine di negozi, sportelli bancomat, panchine etc.). In occasione di grandi eventi sportivi (come quello di sabato prossimo), la polizia occupa tutta la zona (compresa la piazza) per evitare tali intemperanze. L’oratore avverte l’assemblea del pericolo che corre l’accampamento, perché sabato la polizia (i catalani “moços de esquadra”) potrebbe usare la scusa della partita per sgombrarla. In effetti anche a Madrid temono un prossimo sgombero di Puerta del Sol. Staremo a vedere.

Mentre abbandono la postazione scambio qualche frase con Jordi, barcellonese che vive a Berlino ed è tornato per vedere cosa succede nella sua città. Mi racconta dei Verdi tedeschi, della piccola rivoluzione che c’è stata lì, così simile a questa. Ma in Germania sono organizzati, hanno un partito. Questi invece rifutano ogni tipo di gerarchia e disciplina. Certo, la rabbia c’è e la volontà pure… “Vedi tutta questa gente? Sono un esercito. Quando troverà i suoi leaders entrerà in azione!”

Raffaele Pinto insegna Letteratura italiana nella Universitat de Barcelona

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FRITTATA E´MACCARUNE, Raffaele Pinto

 

Truita de macarrons es la variant italiana del que aquí en diuen “tortilla española” i nosaltres “truita de patates”: un miracle de la cuina casolana. Pinto proposa dues solucions diverses: una de trista, on l’amor (un amor carnal, real?) s’apaga com la flama quan la truita ja ha quallat. L’altra  ofereix un amor purament ideal que permet que el desig es satifaci en un nivell estrictament metafòric.

La solució és dura:
L’una es una truita materna, i totes les mares es moren.
L’altra una truita sense ous, però eterna?

 

Sbatto ll’ove comma a nu ‘nzallanuto!
Ammesco ‘a pasta inta a ‘na caccavella,
nce mett’ o pepe, ‘o case e ‘a muzzarella
e resto ‘ccà ‘mpalato e appecundruto.

E’ st’uocchie ca nun veco so speruto,
‘a vocca, ‘a voce, chella faccia bella
ca primm’ ha affatturato st’anemella
e po’, pe ‘nfamità, se n’e fuiuto.

E mentre scumma attuorno sta frittata,
veco nu core ca s’è ‘nzuarato,
na risa ca s’è perza, e n’cuorpo o gelo.

A giro sotte e ‘ncoppa e senza cielo
resta st’ammore nuosto, abbandunato,
comm’a sta fiamma, ca già s’è stutata.

———-

Sbatto le uova e sembro ipnotizzato:
le verso sulla pasta giù in padella,
aggiungo pepe cacio e mozzarella
e me ne sto a guardare lì impalato.

Fisso lo sguardo con cui m’hai stregato,
la bocca gli occhi la tua faccia bella,
e sento il colpo qui, sotto l’ascella,
con cui a tradimento m’hai afferrato.

Poi, mentre schiuma ai bordi la frittata,
vedo il tuo seno che s’inturgidisce,
le labbra che si schiudono;

eccitata, il corpo ti si tende e inumidisce.
E, mentre la rivolto, nel tuo cuore mi tuffo
in uno spasimo d’amore! –

Raffaele Pinto

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Traducció o escriptura a quatre mans? Això és, simultàniament? Sembla que no, ja que em diuen que es tracta d’una traducció que ve condicionada per una determinada col·lecció. Per tant m’enfronto a un text B «sotmès» a un  text A. No obstant, me’ls trobo en el mateix espai i temps de lectura, acarats. Resulta inevitable fer el salt d’esquerra a dreta, d’una pàgina a l’altra, és l’hàbit. Però no pensen en mi lector català, sinó en el lector castellà per si, de tant en tant,  volia donar una ullada al text A, escrit en cursiva, ¿com a llengua estrangera?

Si s’haguessin escrit alhora, és a dir seqüència a seqüència, seria possible que en sortissin dos textos diferents? Tindrien prou força les llengües per alliberar-se del pretext i crear dos textos autònoms? Per exemple, un relat en què el final de la història resultés necessàriament diferent. Fins a quin punt el color i la textura d’una llengua imposen el discurs? Condicionen el punt de vista? En un relat, posem policíac, seria gairebé impossible que l’assassí fos un altre, oi? … o no?

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